edicola - articoli

Articolo 29/12/2013

BISOGNO DI SILENZIO


"No, non muovetevi, c'è un'aria stranamente tesa, c'è un gran bisogno di silenzio, siamo come in attesa". Anche le parole di un cantautore possono far nascere pensieri e domande: c'è un linguaggio semplicemente umano che, attraversando il tempo e lo spazio, mette in movimento il cuore e la mente, soprattutto quando ci si trova in momenti difficili da comprendere, da condividere e da vivere.
"Perché - aggiunge Giorgio Gaber - da sempre l'attesa è il destino di chi osserva il mondo con la curiosa sensazione di aver toccato il fondo. Senza sapere se sarà il momento della sua fine o di un neorinascimento". Mentre ci avviamo al passaggio da un anno all'altro (momento di riflessioni e di progetti), guardiamo a questo affresco dell'inquietudine di oggi, un'immagine di questo tempo incerto, proposta in tutta la sua bellezza: tinte forti e tenui, chiare e scure.
Forse c'è molta poesia, e con la poesia non si vive e non si cambia il mondo. Eppure il poeta, come il profeta, è sempre stato il più fedele narratore del tempo e dell'eterno. L'efficientismo, il pragmatismo li hanno messi ai margini delle strade dell'umanità, ma agli incroci della storia sono sempre lì ad attendere il viandante per indicare una direzione diversa ed alta al suo cammino.
"L'attesa - canta Gaber - è il risultato, il retroscena di questa nostra vita troppo piena, è un andar via di cose dove al loro posto c'è rimasto il vuoto. Un senso quieto e religioso in cui ti viene da pensare, e lo confesso ci ho pensato anch'io, al gusto della morte e dell'oblio".
Sono parole umane che dicono la voglia di capire, di cercare, di incontrare, di sperare e forse hanno qualcosa da insegnare al linguaggio della fede. Forse dicono al credente che senza calore umano le sue parole rischiano di essere come nelle chiese le candele elettriche che, a differenza di quelle di cera, non palpitano e si spengono per lasciare il posto a un'altra luce.
L'attesa, in una cultura ammalata di realismo, viene confinata nella categoria dell'inutile o del sogno: tutto deve avvenire in fretta, non c'è tempo da perdere. Occorre aprire subito la porta per far entrare il "nuovo" che bussa con la presunzione e l'arroganza di chi ritiene di aver sempre la risposta giusta ad ogni domanda. La casa e la coscienza si riempiono di cose e di concetti. Qualcuno rimane fuori, non è neppure atteso. E chi vive di cose e di concetti riesce con difficoltà a raggiungere la consapevolezza e la gioia di attendere Qualcuno e, insieme, di sentirsi atteso da Qualcuno.
Il Qualcuno rischia di restare l'estraneo oppure lo scontato, cioè chi non ha niente di interessante da dire; al "gran bisogno di silenzio" di Gaber può allora unirsi il desiderio di parole imprevedibili come quelle del Rabbi, un maestro, raccontato da Martin Buber, in "Il cammino dell'uomo". Il Rabbi chiede ai suoi eruditi ospiti "Dove abita Dio?" Quelli risero di lui: "Ma che vi prende? Il mondo non è forse pieno della sua gloria?". Ma il Rabbi diede la risposta: "Dio abita dove lo si lascia entrare".
Così al luogo dove si lascia entrare Dio si arriva seguendo una strada lungo la quale due viandanti camminano l'uno verso l'altro nell'attesa di un incontro. Una strada che attraversa i passaggi dell'inquietudine, dell'incertezza, del disorientamento. Ma anche quelli della speranza.

mons. Gilberto Donnini




















































































/