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Articolo 17/11/2013

DOV'É LA NUOVA FRONTIERA?


"Non chiedete solo cosa può fare il vostro paese per voi, chiedete anche cosa potreste fare voi per il vostro paese". A cinquant'anni dalla morte di John Fitzgerald Kennedy, il 22 novembre 1963 a Dallas, queste sue parole non sono ancora da archiviare. Certamente non vanno riprese per giustificare un calo di contenuti e di lungimiranza della politica, ma vanno rilanciate per rimotivare la responsabilità alla quale ogni cittadino è chiamato nella costruzione del bene comune e, di conseguenza, nella ricostruzione della politica.
"I care", io ho a cuore: l'impegno ripetuto spesso da Kennedy viene dal suo appello alla responsabilità personale che , non a caso, don Lorenzo Milani ha voluto porre a fondamento di quel cantiere educativo che è stata la scuola di Barbiana. Non uno slogan o una parola d'ordine, ma un percorso umano, culturale e spirituale guidato da una coscienza libera da ideologie e tradotto in risposte concrete alle domande di felicità e di futuro che ogni uomo ed ogni donna portano sempre con sé.
In questo quadro si inserisce la frase ripresa dal discorso che Kennedy pronunciò nel 1963 davanti al muro di Berlino: "Duemila anni fa, il più grande orgoglio era dire 'Cives Romanus sum'. Oggi, nel mondo libero, il più grande orgoglio è dire 'ich bin ein Berliner', io sono un Berlinese". Una frase per dire che la sofferenza di un popolo è la sofferenza di tutti i popoli e che l'anelito alla libertà di un paese è l'anelito alla libertà di tutti i paesi. Preoccuparsi degli altri - vicini o lontani che siano - è il segno più forte ed evidente dell'essere cittadini di una città e, insieme, cittadini del mondo.
Purtroppo, alcune ombre l'avevano oscurato: tra queste la guerra in Vietnam e, nel 1961, lo scontro armato con Cuba. Era il tempo della guerra fredda, Giovanni XXIII levava la sua voce per la pace e si accingeva a scrivere l'enciclica "Pacem in terris", pubblicata l'11 aprile 1963.
Cosa è rimasto di quella nuova frontiera disegnata da un uomo i cui limiti ed errori non sono da nascondere ma neppure dovrebbero essere utilizzati per tarpare le ali a pensieri e scelte che furono condivise da almeno una generazione? Occorre dunque rileggere con rigore la storia di un uomo che ha avuto un ruolo di primo piano nella storia del mondo per cogliere le ragioni che possono ancora incoraggiare dare sostanza a una cultura politica al servizio della pace, della giustizia e della libertà.
Un'opera di discernimento che, a distanza di cinquant'anni, può dare il via anche ad un confronto sull'affermazione di Kennedy "non sono un politico cattolico, ma sono un cattolico in politica" ricordata dal card. Gianfranco Ravasi. Il 50° dell'uccisione del presidente Usa è già occasione di diversi commenti sulla sua vita pubblica e su quella privata. Se è naturale che questo avvenga è anche auspicabile che tra le luci e le ombre la memoria compia un discernimento rigoroso per non disperdere idee ed ideali di cui anche oggi si avverte la necessità: c'è sempre una nuova frontiera da pensare e da raggiungere.

mons. Gilberto Donnini




















































































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