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Articolo 21/07/2013

I BUONI MAESTRI CI SONO


"Voce dal sen fuggita più ritirar non vale, non si trattien lo strale quando dal sen fuggì" questi versi del Metastasio sono tornati alla mente mentre parole, acuminate come frecce, hanno attraversato - in questi giorni - gli spazi del web, della tv, della carta stampata, della piazza, dei palazzi. Non è stato (e non potrà mai essere) uno spettacolo esaltante, e ancor meno indolore, vedere persone colpite nella dignità e nei diritti.
Forse ci si sta abituando ad un tipo di comunicazione offensiva, ma è proprio questa assuefazione il rischio maggiore che minaccia una coscienza ed una cultura che appaiono sempre più spesso in sonno. Distinguere le buone dalla male parole è una responsabilità che si costruisce con onestà intellettuale attraverso un'educazione al cui centro è il rispetto dell'altro. Ed è proprio in questo ambito che nasce una domanda carica di preoccupazione: "Che ne è stato, che ne è dell'educazione se si arriva a lanciare parole come sassi e ad interpretare il lancio del sasso come il lancio di un petalo di rosa?". Perché le parole dovrebbero esprimere la profondità di un pensiero, di un sentimento interiore, di una visione alta dell'uomo, di un grande ideale.
Questo non vuol dire che, in un momento d'impeto, non possa scappare anche una parola sopra le righe: la gravità arriva quando la cattiva parola e la sua giustificazione diventano un metodo, uno stile di comunicare, ammesso che il rancore e l'ingiuria possano conciliarsi con la comunicazione.
Ci sono però, accanto a cattivi maestri del parlare, coloro che, seppure da loro feriti, replicano con il linguaggio della ragione, della serenità, della dignità, del rispetto. Anche i media, salvo scontate eccezioni, non sono tra i più accaniti sostenitori delle male parole e avvertono la responsabilità professionale di dare spazio e voce alle buone parole attraverso i volti dei destinatari di battute offensive o insipienti. Il problema si pone in modo diverso, ma non meno preoccupante, nella rete ma in questo spazio la riflessione sulla responsabilità e sulla libertà deve ancora molto maturare. Proprio per questo la rete non è da abbandonare a se stessa ma è un luogo da abitare con intelligenza, accettando la sfida di dimostrare che anche un linguaggio incisivo non ha bisogno, per essere tale, di rinunciare al rispetto dell'altro.
Anche perché c'è un nodo nella rete da non sottovalutare: la parola, una volta pronunciata, non può tornare indietro, scriveva Orazio, e oggi ogni parola resta scolpita nel web. La memoria dell'uomo e quella del computer non sono la stessa cosa: il ricordare freddo e meccanico "per sempre" della rete non può non richiedere un supplemento di responsabilità da parte di chi parla, di chi scrive, di chi trasmette immagini.
Si torna così al tema dell'educazione e della formazione della coscienza attorno al quale l'uso non innocuo delle male parole richiama il compito irrinunciabile di famiglie, istituzioni, comunità cristiane, media. I buoni maestri non sono mancati (ricordiamo il card. Martini) e non mancano in questa impresa e la loro lezione è soprattutto nello stile e nei contenuti di quelle risposte che vengono date, con la forza disarmata della ragione e della pacatezza, a parole urlate contro singole persone ma che rimbalzano, ferendola, contro l'umanità intera. Buoni maestri che non si improvvisano tali davanti a un microfono o ad una telecamera, ma esprimono in quei pochi istanti di comunicazione, la loro statura umana, intellettuale e spirituale. Una lezione di vita, un appello sereno e forte al risveglio della coscienza.

mons. Gilberto Donnini




















































































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