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Articolo 14/07/2013

AIUTATO A MORIRE UN UOMO SANO


Pietro D'Amico era un uomo sano: probabilmente affetto dal male di vivere, ma sano. Il magistrato, morto in seguito dell'eutanasia praticata in Svizzera nell'aprile scorso, stava bene, non aveva nessuna patologia degenerativa né altre malattie incurabili. O meglio, si potrebbe dire che Pietro D'Amico aveva sì una malattia: era affetto da una inguaribile voglia di morire. Ma basta questo per giustificare un'eutanasia?
Per arrivare alla verità c'è voluta la cocciutaggine di una figlia che non si è mai arresa ad una versione dei fatti che non poteva considerare vera né credibile. Quando ha ricevuto la telefonata con la quale veniva annunciata la morte del padre, Francesca D'Amico ha immediatamente scartato l'ipotesi di una strana e non meglio identificata "patologia degenerativa invisibile agli strumenti medici" di cui nessuno in famiglia avrebbe saputo nulla.
E ora i risultati dell'autopsia le danno ragione, come reso noto dal legale della famiglia, per cui "i sofisticati e approfonditi esami di laboratorio dei reperti prelevati dal corpo, hanno escluso perentoriamente l'esistenza di quella grave e incurabile patologia dichiarata da alcuni medici italiani e asseverata da alcuni medici svizzeri". La clinica sostiene che il magistrato si era recato in Svizzera mostrando due certificati medici italiani comprovanti il suo grave stato di salute.
Un'autocertificazione presa per buona da una struttura che "aiuta a morire, non a vivere" e che non ha ritenuto necessario un approfondimento. Ora la parola passa alla magistratura che dovrà accertare il nesso di causalità tra l'errata diagnosi e quello che è stato pudicamente definito "il triste evento". Ai parenti, oltre al dolore, resta l'amara consapevolezza che D'Amico poteva essere salvato, bastava un esame più approfondito, bastava magari un colloquio, bastava una telefonata alla famiglia da fare prima, non dopo "l'evento".
Ora, suicidio assistito vuol dire che se qualcuno si presenta dicendo che vuole morire, invece di tendergli la mano, aprire le orecchie e il cuore, lo si aiuta a scegliere il mezzo con cui togliere il disturbo. È purtroppo l'esperienza di ciascuno sostenere un genitore, un fratello, un amico, un parente, un conoscente che ha attraversato o sta attraversando un momento di particolare difficoltà e fragilità psicologica. Nessuno però pensa che la soluzione del problema possa trovarsi nell'eliminazione del portatore del problema.
Viviamo in una società scoraggiata, ripiegata su se stessa, in cui l'eutanasia è sponsorizzata con estrema leggerezza da falsi (o interessati?) filantropi i quali pensano che l'unica risposta ad una domanda di solitudine, di sofferenza, di abbandono, si trovi nel promuovere un viaggio senza ritorno.
Eppure, non mancano segnali di risveglio e di speranza a cui guardare. Papa Francesco a Lampedusa ha parlato al cuore e alle menti: che ne è di tuo fratello? Domanda che non può restare senza risposta, o, peggio, a cui non si può rispondere esibendo una distorta forma di compassione che suona come l'ennesimo tentativo di sfuggire la responsabilità. "Non lo so, sono forse il guardiano di mio fratello?": è la risposta di Caino a cui Dio chiede conto del fratello Abele. Noi diciamo invece che lo siamo, non perché cattolici, ma perché uomini e donne. Guardiani non nel senso di sorveglianti, ma di coloro che guardano all'altro e vi si riconoscono, soprattutto quando lo sguardo restituisce l'immagine più dura da vedere, quella di chi chiede aiuto.

mons. Gilberto Donnini




















































































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