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Articolo 28/04/2013
"Nonché a tutti gli uomini di buona volontà": è in questa aggiunta forse l'ultima della piccole-grandi rivoluzioni di Giovanni XXIII. La "Pacem in terris", dove compare per la prima volta questa formula è la sua ultima lettera enciclica, firmata l'11 aprile di cinquant'anni fa, ormai alla fine di un pontificato di serena innovazione, a cavallo tra le sessioni del Concilio.
Questo indirizzo "a tutti gli uomini di buona volontà" traduce, sulle frontiere della storia e della politica mondiale, proprio la novità del Concilio, il suo messaggio di "gioia e speranza" a tutti gli uomini, a tutte le donne, a tutto il mondo. Un messaggio positivo ma anche realistico. Non dimentichiamo, infatti, che in questa grande costituzione conciliare - che riprende certamente lo slancio dell'enciclica - l'indicazione (che è un appello) alla "gioia e alla speranza ("Gaudium et spes", appunto) è accompagnata dalla consapevolezza delle "tristezze e angosce" ("luctus et angor"): consapevolezza realistica che, però, è indirizzata, aperta alla fiducia e soprattutto all'operosità.
Che è poi anche il segreto, l'indirizzo della "Pacem in terris": non una pace qualunque, un richiamo propagandistico al pacifismo, perché "la pace rimane solo un suono di parole, se non è fondata su quell'ordine che il presente documento ha tracciato con fiduciosa speranza: ordine fondato sulla verità, costruito secondo giustizia, vivificato e integrato dalla carità e posto in atto nella libertà".
Quindi un percorso realistico ed esigente, ma aperto e fiducioso, quello che Giovanni XXIII propone al mondo della guerra fredda e della crisi dei missili a Cuba, al mondo dell'equilibrio del terrore nucleare, delle contrapposizioni ideologiche, delle lotte di liberazione.
Ci sono, nel testo dell'enciclica, i diritti e i doveri, l'affermazione della realtà di un "ordine morale", al quale fare necessariamente riferimento. E c'è una puntuale lettura dei segni dei tempi. Sono i tre grandi fenomeni del dopoguerra, "l'ascesa economico-sociale delle classi lavoratrici", l'ingresso della donna nella vita pubblica (e, annota giustamente, "più accentuatamente forse nei popoli di civiltà cristiana"), la prospettiva che non ci siano più "popoli dominatori e popoli dominati", che la Chiesa apprezza e condivide e per cui si impegna.
Il papa sintonizza la Chiesa sulla storia accelerata e definisce la pace un obiettivo realistico, anche se "un compito immenso". È una visione progressista, nel senso che riprenderà Paolo VI in un'altra enciclica fondamentale, la "Populorum progressio", in cui affermerà che lo sviluppo è il nuovo nome della pace.
Sono passati 50 anni dall'11 aprile 1963 e Papa Francesco - che di Giovanni ha certamente alcuni dei tratti che sono più radicati nella nostra memoria - ha richiamato questa prima enciclica che disegna coraggiosamente un nuovo orizzonte mondiale, invitando a promuovere instancabilmente pace e riconciliazione "ad ogni livello". Un orizzonte, quindi di progresso e di speranza, "fiduciosa speranza", come scrisse Giovanni e Francesco ribadisce con convinzione in ogni suo gesto.
mons. Gilberto Donnini