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Articolo 21/04/2013

IL LAVORO BRUCIATO


Ogni giorno che passa in Italia, domeniche comprese, brucia più di tremila posti di lavoro: come se, in una settimana, una multinazionale chiudesse i battenti, lasciando a casa il personale. Le cifre fornite dall'Istat sono spaventose, ma non hanno sorpreso nessuno. Nel corso del 2012, un milione di italiani ha perso la propria occupazione; vanno ad assommarsi a chi era già disoccupato e anticipano (anche se speriamo di no) quel milione e 800mila persone che usufruiscono della cassa integrazione che spesso è l'anticamera del licenziamento. Quindi, non c'è molto da sperare anche per i prossimi mesi.
Qualcosa di buono, invece, c'è da ipotizzare grazie al recentissimo decreto del governo Monti che ha sbloccato una quarantina di miliardi di pagamenti che la pubblica amministrazione deve ai creditori da molti mesi. Un provvedimento che potrebbe dare ossigeno a un tessuto industriale che ha il suo punto debole nel lato finanziario: nessuno paga più nessuno. Le banche hanno stretto i cordoni del credito e faticano ad anticipare l'incasso delle fatture anche ai grandi gruppi, figuriamoci a commercianti, artigiani e piccole imprese.
A loro volta, i "grandi" ritardano i pagamenti ai loro fornitori e questi ultimi sono soffocati dalle porte chiuse delle banche e dalle fatture non pagate dai clienti. Le chiusure aziendali hanno bruciato qualcosa come 127mila posti di lavoro nel 2012 (e la situazione non era così drammatica come in questo inizio 2013).
I soldi dello stato potrebbero far ripartire un'economia quasi inceppata, se effettivamente arriveranno. Perché tra il dire in decreto, e il fare nei successivi regolamenti, capita spesso che il tutto si impantani in una burocrazia macchinosa, o spunti fuori all'ultimo secondo una norma che faccia slittare il diritto di compensare i credito con i versamenti che - quelli sì con rigorosa puntualità - si devono fare allo stato.
Il governo Monti ha fatto benissimo ad attuare questo provvedimento anche se verrà scaricato sul nostro debito pubblico: soldi in cassa non ce ne sono, verranno emessi titoli di stato e sarà compito del prossimo governo (della politica, insomma) decidersi una buona volta sulle cose da fare per scalare la montagna del debito pubblico italiano. Prima o poi la festa deve finire.
Ma i dati dell'Istat sull'occupazione fanno emergere altri interrogativi. Ad esempio sulle riforme cosiddette "Fornero" sul lavoro e la previdenza, adottate nel 2011 sotto la pressione dei mercati, ma che stanno mostrando i loro limiti. Il forte e repentino innalzamento dell'età pensionabile avrà anche salvato i nostri conti pubblici, ma ha certamente creato molti guai soprattutto ai giovani che non possono usufruire del ricambio lavorativo.
Anche la riforma del lavoro sta avendo strascichi non del tutto positivi. Il tentativo di eliminare la precarietà e lo sfruttamento rischia di entrare in conflitto con l'esigenza di flessibilità che hanno le economie moderne: se non viene raggiunto un equilibrio, a farne le spese, alla fine, è l'occupazione.
Molto meno impattanti sono state le norme sui licenziamenti individuali (il famoso art. 18 dello statuto dei lavoratori), messi in ombra da quelli collettivi e dalle chiusure aziendali. Una questione ideologica che ha fatto discutere la politica italiana per un decennio, anch'essa spazzata via dalla crisi. Questa sì che è riuscita a distruggere posti di lavoro in abbondanza, lasciando stremati gli imprenditori e attoniti i sindacati che sembrano incapaci di proporre ricette di rilancio economico. Senza il quale la contabilità del lavoro rischia di essere sempre più triste.

mons. Gilberto Donnini




















































































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