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Articolo 30/12/2012
Grande e affascinante civiltà quella dei Maya, con una ricerca del senso della vita e del significato della persona umana che apre orizzonti e fa andare al di là della sola ricerca del benessere e della comodità immediata. Grande e affascinate la civiltà ebraico-ellenica-cristiana, quella rivelata da Dio Padre e resa salvezza universale con la venuta del Figlio nella carne umana (l'abbiamo appena ricordato nel Natale) che orienta la nostra vita all'amore disinteressato e non sfugge la realtà ma vuole renderla sempre migliore e più umana.
Però occorre non lasciarsi prendere dalla psicosi della "fine del mondo", come per qualcuno è accaduto in occasione del 21 dicembre 2012 preconizzato come la fine del mondo con accompagnamento di eventi catastrofici ma anche con contemporanea ampia vendita di "kit per la sopravvivenza".
Gesù stesso - di fronte ad una precisa richiesta - non ha voluto dare una risposta al "quando sarà", salvo il fatto che dobbiamo essere sempre preparati: queste dimensioni catastrofico-commerciali non appartengono e non possono appartenere a chi vuol essere cristiano. Anche perché, se sarà davvero la fine, non ci sarà bunker blindato che tenga.
Ma, al di là di questo, sembra un po' strano che ci si preoccupi più del futuro che del presente. Forse perché il presente chiede fatti , concretezze, impegno, aiuti disinteressati che non siano solo dichiarazioni di buona volontà ma realtà che modificano: il dolore condiviso si sopporta con maggiore coraggio, la fame soccorsa produce non solo sazietà ma anche tranquillità, l'indigenza attenuata consente - questa sì - di guardare al futuro con speranza.
Ma, da tempo, siamo bersagliati da profezie di fine del mondo che non solo rendono preoccupati e ansiosi, ma distraggono dal presente, dimenticando che è proprio l'impegno nel presente che ci assicura per il futuro.
Sembra essere un meccanismo che distrae da quello che il ciclo della liturgia fa rivivere ogni anno, non come una serie ripetitiva di festività, di Babbi Natali e di "auguri di stagione", ma come il momento in cui, se esiste una fine, viene riproposto il principio, l'inizio. Con la Parola di Dio incarnata in Gesù Cristo, il Padre ha detto tutto e solo in lui va ricercato ogni senso e significato.
È lui il principio della salvezza: se abbiamo questa sicurezza che viene dalla fede, cioè da quell'atteggiamento profondo della persona che ha afferrato la mano che il Padre ha steso e da cui si lascia condurre, per noi la fine non suscita problema o angoscia. Il card. Martini ha insegnato come il morire sia il supremo gesto di abbandono fiducioso in Colui che ci ha creati ed amati.
Il nostro sguardo e il nostro agire non fremono per strane aspettative: non abbiamo piani e visioni straordinarie, abbiamo solo un piccolo bambino in cui la fede indica il Crocifisso Risorto che dà significato al presente e al futuro. È questo l'inizio, il principio e quando la fine ci sarà - perché ci sarà - sarà in lui.
mons. Gilberto Donnini