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Articolo 07/10/2012

VALORI NON SEPARABILI


È preferibile tutelare le ragioni del lavoro o quelle della salute pubblica? È meglio privilegiare lo scorrere dell'economia, o preferire le richieste dell'ecologia?
In un mondo normale, questa alternativa non dovrebbe semplicemente esistere, perché la soluzione migliore - ovviamente - è sempre fare in modo che l'ambiente di lavoro non sia nocivo per chi lo frequenta e per il territorio circostante. Il problema si pone là dove queste logiche, per vari motivi, non sono state seguite: l'esempio dell'Ilva di Taranto è quello più in vista nelle cronache attuali, ma ne esistono anche altri in varie parti d'Italia. Nella città pugliese l'acciaieria fa vivere migliaia di famiglie ma, nello stesso tempo, avvelena l'ambiente circostante: lo stabilimento è a due passi dalla città e da anni se ne lamenta la pericolosità per la salute della popolazione.
Un incancrenirsi della situazione che ha portato agli sviluppi attuali; la magistratura che decreta lo stop della produzione, una città che in parte esulta e in gran parte piange: con l'acciaio se ne andrebbe pure il pane per troppe famiglie in un contesto economico che, certo, non permette di intravedere alternative occupazionali.
Ma queste fabbriche, figlie di un altro tempo, in cui si pensava che posizionarle a ridosso di una città sarebbe stato la fortuna della stessa, esistono in molte altre parti d'Italia: si pensi all'ormai ex petrolchimico di Porto Marghera, a due chilometri dagli abitanti di Mestre, alle acciaierie di Cornigliano a Genova, all'ex Italsider di Bagnoli, a Napoli, il cui sito è ancora pieno di veleni. Solo col tempo si è capito l'errore di creare mega-industrie poco salubri ad un tiro di schioppo dalle città.
In certi casi la deindustrializzazione italiana degli ultimi anni ha (purtroppo) risolto il problema, ma rimangono ancora situazioni, come quella di Taranto, dove la realtà appare drammatica perché chiudere l'acciaieria bonificherebbe sicuramente l'aria atmosferica, ma avvelenerebbe irreparabilmente l'aria sociale di una città, a quel punto, solo ricca di disoccupati.
Per non parlare del dilemma che, in altre zone d'Italia si crea tra lavoro ed ambiente quando si ragiona su nuove iniziative: fare o meno un rigassificatore nel mare di Brindisi? Realizzare o meno quegli inceneritori di rifiuti che eliminerebbero le discariche ma che sono accusati di avvelenare l'aria? E le pale eoliche che producono energia pulita e bruttezza paesaggistica? E i pozzi di metano di fronte alle coste adriatiche? Per non parlare di quanto sta accadendo in val di Susa per la Tav.
Occasioni di sviluppo economico e di nuovi posti di lavoro, ma anche situazioni di possibili danni ambientali o, addirittura, di possibili conseguenze negative per la salute pubblica. Non esiste, in queste situazioni, la risposta impeccabile, la scelta perfetta: sembra che si sia ancora di fronte a delle alternative. Per i casi come quello di Taranto, ben venga l'azione della magistratura se questa porta a smuovere acque da troppo tempo stagnanti, basta che questa azione non crei alla fine più danni di quanti intenda evitare. Con equilibrio, buonsenso e buona volontà da parte di tutti si può arrivare ad un auspicabile salvataggio congiunto di capra e cavoli. Anzi, si deve.

mons. Gilberto Donnini