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Articolo 26/08/2012
Colpiscono in questi giorni tradizionalmente sereni e di vacanza, alcune notizie tragiche di giovani che hanno perso la vita o hanno rischiato di perderla in seguito ad abusi di droga e, soprattutto, di alcol. Abusi legati alla "festa", ma che, per alcuni, coincide con lo "sballo".
Così le cronache hanno spaziato dal nord al sud d'Italia riferendo di un "rave party" sul Tagliamento, con un 26enne morto sotto gli occhi di decine di coetanei, o di una festa in spiaggia in Sardegna, in cui un ventenne si è sentito male e i soccorsi non hanno potuto salvarlo. E poi c'è la vicenda di un 17enne trovato in coma etilico fuori di una discoteca, tra l'altro in mezzo a coetanei che filmavano con i telefonini, senza rendersi conto, pare, della situazione critica e del rischio che il ragazzo stava correndo.
E proprio il non rendersi conto del rischio sembra il dato comune. Giovani e giovanissimi, per i quali soprattutto l'alcol - dicono gli esperti - è problema serio, sembrano non rendersi conto delle possibili gravi conseguenze degli abusi. Serpeggia con facilità una cultura degli eccessi e della trasgressione guardata con estrema superficialità, proprio senza coglierne le implicazioni, a cominciare dalla perdita di controllo di se stessi.
Nella lettera di S. Paolo agli Efesini, l'apostolo diceva ai cristiani del suo tempo: "Non ubriacatevi di vino, che fa perdere il controllo di sé". E questa esortazione si accompagnava all'invito di essere ricolmi piuttosto "dello Spirito" e seguiva l'avvertimento premuroso a non essere "sconsiderati", facendo piuttosto "molta attenzione al vostro modo di vivere, comportandovi non da stolti ma da saggi, facendo buon uso del tempo".
Queste parole di Paolo, anche al di là del contesto in cui sono state pronunciate, sono provocanti. La ricerca della pienezza - questo dovrebbe essere la festa, il divertimento autentico, espressione del "di più" di ciascuno - non può coincidere con la perdita di sé, con un "di meno" di umanità come la consegna di se stessi allo stordimento e ai fumi di sostanze che allentano la coscienza.
Il problema riguarda l'uomo di sempre per il quale non è scontato fare "buon uso" del tempo ed è reale il rischio di essere "sconsiderato". Il richiamo è forte e concreto: fare buon uso del tempo comportandosi non "da stolti ma da saggi", significa orientarlo al bene, dilatando e valorizzando la propria umanità. Un richiamo che vale anche per i giovani di oggi e, una volta di più, per i tanti adulti che siano veramente consapevoli del compito educativo.
mons. Gilberto Donnini