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Articolo 05/08/2012

ATLETI DELLA SPERANZA


Le immagini delle Olimpiadi, fin dalla cerimonia di apertura, accanto alle emozioni continuano a suscitare pensieri di speranza per una umanità che, sotto diverse bandiere, si ritrova per alcuni giorni a vivere un sogno. La speranza cammina volentieri con il sogno quando questo non è una fuga dalla realtà ma è la capacità di cogliere segni di vita buona attorno a se stessi ed è la volontà di farli crescere nonostante tutte le avversità: in momenti nei quali il futuro si prospetta più carico di ombre che di luci, cresce ovunque la domanda di una speranza che non sia solo un allegro fischiettare al buio.
Nel tunnel di una crisi che viene letta prevalentemente attraverso le lenti dell'economia e della finanza, mentre sono sotto gli occhi di tutti altre e non meno importanti dimensioni, questa domanda non può trovare disattenti e senza voce quanti vivono e pensano la fede cristiana.
La comunicazione, in questi giorni, sta affidando ai protagonisti dei Giochi olimpici il compito di una risposta e questo in parte accade perché in gara, accanto a muscolosità e armonia fisica, c'è una sorprendente umanità: il vero atleta ha sempre un messaggio, non solo sportivo, da trasmettere.
L'immagine del gioco, allora, è utile perché richiama ai cristiani, in tempo di incertezza e di stanchezza, l'appello ad essere atleti di speranza. Non mancano i "campioni", a cominciare da Benedetto XVI e dai molti pastori che ogni giorno, per amore del loro popolo di cui condividono angosce ed attese, alzano la voce per chiedere risposte di dignità e di giustizia ma anche per dire che la speranza cammina sulle strade delle città tenendo per mano fede e carità.
Ma occorre uno scatto in più: il cristiano, in un inquieto passaggio storico, ha una risposta da offrire alle paure, allo scetticismo e alla rassegnazione. Se così non fosse, si tratterebbe di un ennesimo tradimento della speranza.
Non è un cammino facile: fatica e sofferenza non sono estranee all'esperienza cristiana, che è profondamente umana, ma, come accade per gli atleti che mettono tutta la loro umanità - e non solo la loro forza fisica - negli scatti, anche per i cristiani questo è un momento favorevole per ridire che è venuto Qualcuno, ed è qui anche ora, per cambiare la direzione della storia, per dare una risposta di fiducia che viene dall'alto ad una crisi che inquieta.
Ma non si può dire di un Altro se non lo si è incontrato oppure se non lo si lascia entrare nella propria vita: sono la gioia e lo stupore di questo incontro che oggi hanno bisogno di essere ritrovati e comunicati con lo scatto dell'atleta.
Anche il cristiano avverte la stanchezza e la fragilità, non è un "superman", ma egli sa a chi chiedere la forza per lo scatto di un atleta: non per una vittoria individuale, ma per raggiungere con quanti incontra ogni giorno sulle piste del mondo, il traguardo di quella felicità che in una medaglia olimpica trova un'immagine ma non ancora la realtà.

mons. Gilberto Donnini