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Articolo 18/03/2012
La crisi che stiamo attraversando rischia di essere, tra l'altro, una specie di grande "silenziatore" rispetto a problemi aperti e delicati, che però passano in secondo piano nell'agenda pubblica: è il caso, ad esempio, dei temi scolastici, relegati in secondo piano rispetto alle questioni più evidenti dell'occupazione, della ripresa, delle tasse. C'è anche da dire che, negli ultimi anni, proprio il terreno della scuola e delle riforme è stato teatro di continue scaramucce, se non di una vera e propria guerra politica, tra grandi riforme annunciate e cambiamenti reali inferiori alle attese. Un risultato di questo periodo, lungo di anni, è stato anche una certa stanchezza, accompagnata da delusione soprattutto tra gli addetti ai lavori.
Il rischio vero è quello di una riduzione di importanza della scuola nell'agenda di un Paese che già non brilla per investimenti nel settore e che, negli ultimi anni, ha ragionato soprattutto in termini di tagli. Un rischio che va scongiurato perché, volenti o nolenti, la scuola resta attività strategica in un Paese e, probabilmente, la ripresa (anche quella economica) in buona parte passa proprio dai banchi e dagli studenti. Investire nella scuola è investire sul futuro di un popolo, dare senso all'attenzione educativa di cui ormai un po' tutti (anche se qualcuno magari tardivamente) invocano la necessità.
Investire sulla scuola resta, dunque, una priorità. E fa riflettere che invece proprio nei giorni scorsi non sia stato possibile arrivare alle richieste assunzioni nel settore scolastico. Ha fatto più scalpore il saperle finanziate dai proventi di gioco e alcol - alla faccia dell'educazione! - piuttosto che la stessa richiesta di 10.000 nuovi operatori. Intanto la situazione generale del mondo scolastico ci restituisce classi sempre più affollate, un "parco insegnanti" in diminuzione e bisogni in aumento, come quelli, ad esempio, legati al sostegno e all'inserimento di allievi con handicap.
È più alto oggi, rispetto al passato, il numero medio di alunni per classe e cala il numero dei docenti: rispetto all'anno precedente ce ne sono oggi quasi 17.000 in meno. E, soprattutto, preoccupa pensare che stia anche vertiginosamente calando la voglia e la passione di diventare docenti.
Si potrebbe andare avanti, magari ragionando sulla figura dei dirigenti scolastici, che annegano tra responsabilità gestionali, budget e talvolta l'impossibilità di pagare gli stipendi. E il quadro, già inquietante, ha anche la cornice tarlata di un'edilizia scolastica con seri bisogni di manutenzione.
Bisogna, allora, tornare a parlare di scuola e investire di più: è uno sforzo da fare. È vero che mancano i soldi , che la coperta è corta, ma forse non tutti i capitoli di spesa di uno stato hanno la stessa importanza strategica: il settore dell'istruzione viene prima di altri.
mons. Gilberto Donnini