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Articolo 12/02/2012
Ieri si è celebrata la Giornata del Malato nell'anniversario dell'apparizione della Madonna a Lourdes e viene in mente, qui, una figura della Bibbia: quella di Giobbe che - diciamo così - ne ha passate di tutti i colori.
La sentiamo vicina questa figura: chi di noi non ha provato l'esperienza della malattia, propria o di qualche persona cara? Chi non ha mai reagito di fronte ad una malattia improvvisa e che, fin dall'inizio, non lascia scampo? Giobbe lo sentiamo vicino anche quando se la prende con il Creatore e lo investe con tutta la drammaticità di quanto gli sta capitando.
Fratello in umanità, quindi, Giobbe, ma c'è un altro fratello in umanità che può farci entrare in una diversa dimensione anche di fronte al dolore e alla malattia: il Signore Gesù. Non solo per la "brutta" fine che ha fatto, densa di sofferenza, ma anche per la sua reazione che mette di fronte ad un interrogativo ancora più profondo, lui (narrano i Vangeli) che, insieme alla predicazione, ha fatto della liberazione dalle malattie e infermità la principale attività della sua vita pubblica.
Se le malattie sono un segno dell'azione del male nel mondo e nell'uomo e le guarigioni dimostrano che il Regno di Dio è vicino, concretamente noi che ci ammaliamo, dove ci collochiamo? Ci collochiamo nella stessa vittoria di Gesù che ha oltrepassato la vita sua e di tutti con la sofferenza, la morte e la grande potenza della resurrezione.
La medicina ha fatto passi da gigante, riesce ad alleviare la sofferenza e, spesso, a vincerla quando sperimentiamo di essere persone che da un momento all'altro possono venire investite dalla malattia e toccare con mano cosa significhi essere deboli, non poter più badare a se stessi ma doversi consegnare all'aiuto degli altri.
Però è possibile uno scarto che può capovolgere non l'esito della malattia ma la sua realtà esistenziale quotidiana, come ha insegnato il Papa: "potremmo dire, con un paradosso, che la malattia può essere un momento salutare in cui si può sperimentare l'attenzione degli altri e donare attenzione agli altri".
Stare male, magari soffrire, ma sapersi dimenticare non per stoicismo o impassibilità sovrumana, ma perché l'altro, quello che mi sta vicino, ha bisogno di me o, quanto meno, ha bisogno di vedere in me una certezza che cambia il segno della vita perché sconfigge il male stesso: l'amore di Dio che si è manifestato in Gesù.
Qualunque cosa accada, qualsiasi sia la portata della sofferenza che piomba sulla vita, nulla potrà intaccare la fede, la relazione profonda con il Creatore che è Padre: relazione, significa che i due si guardano, si ascoltano che la persona umana ha imparato a respirare tenendo il cuore immerso nell'amore di Dio.
Produce grande, profonda impressione entrare in contatto con i testimoni della sofferenza che, proprio perché immersi nel dolore fisico, si dilatano fuori di loro e diventano portatori della vittoria sul male che li consuma spargendo intorno a sé luce e fiducia. È l'altra dimensione della vita, quella vera, che a Lourdes risplende in tutta la sua pienezza.
mons. Gilberto Donnini