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Articolo 27/11/2011
"Vivere senza attendere è come vivere senza vivere. È la noia o la trepidazione. Molti nostri contemporanei vivono in una sorta di trepidazione dell'istante che cela loro il significato del tempo. La preoccupazione per ogni istante nasconde il pensiero sulla vita". Così il filosofo francese Nicolas Grimaldi in un'intervista pubblicata nei giorni scorsi sul supplemento di "Le Monde" dedicato alle religioni.
Nelle sue parole di intellettuale laico c'è un allarme per lo smarrimento del significato e del valore dell'attesa nella vita dell'uomo di oggi. La cultura della velocità sembra avere il sopravvento sulla cultura della riflessione, nell'ingenua supposizione che i risultati migliori si ottengono solo correndo.
Nel percorso dell'Avvento, tempo dell'attesa cristiana, anche un frammento di pensiero non credente può aiutare a ritrovare un significato. Grimaldi non si spinge - almeno nelle parole riprese - sul terreno della fede, ma tra le righe esprime l'invito a guardare oltre l'effimero, oltre il rumore, oltre l'istante, per scoprire il senso ultimo dello scorrere della vita.
Un appello un po' controcorrente oggi, perché l'esperienza dell'attesa non appartiene alla cultura del risultato immediato, della fretta, dell'avere tutto e subito. E, quando l'attesa diventa obbligata, il problema è come ingannarla e non come viverla. In realtà, a subire l'inganno, è l'uomo - soprattutto quando è giovane - reso incapace di comprendere e di gustare una grande occasione di crescita umana e spirituale.
Le nuove tecnologie della comunicazione non sono estranee alla logica della corsa e, per loro stessa natura, contribuiscono a far crescere la convinzione che il tempo dell'attesa sia un tempo sprecato e senza senso. La rapidità tecnologica aumenta la quantità delle relazioni, ma rischia di impoverirne la qualità perché esse hanno bisogno di tempi lunghi per crescere e per consolidarsi. Ci sono ricerche e studi a documentare una possibile deriva negativa nelle relazioni che non può sfuggire a chi si pone di fronte a fenomeni culturali e sociali del nostro tempo con realismo e in un contesto educativo.
L'Avvento ritorna ogni anno come invito a ripensare l'attesa. Si propone come un tempo che annuncia un arrivo ed un incontro: si dirà che è tempo inutile, tempo perso. Ed è davvero un tempo inutile agli occhi di chi si ferma alla preoccupazione dell'istante e non riesce più a leggere e a vivere un tempo che apre all'attesa: tempo inutile per chi non attende niente e nessuno.
Una condiziona amara, però, che fa scrivere a Nicolas Grimaldi: "Una sola cosa mi sembra ci mantenga in vita quando non si attende più niente: è l'attesa che un altro può avere di noi stessi, è qualcosa come l'amore". Parole laiche, ma l'Avvento ne propone una traduzione nella fede, dando un volto a quel "un altro" e a quel "qualcosa". È il volto dell'Atteso che è anche il volto di Colui che attende: Gesù che viene nel Natale.
mons. Gilberto Donnini