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Articolo 10/07/2011
Non ci sono statistiche e le stime sono per difetto, ma sono diverse centinaia di migliaia (moltissimi anche a Varese) i ragazzi coinvolti in vari modi nelle proposte educative "estive" delle parrocchie, alle quali dobbiamo aggiungere quelle delle associazioni, dei movimenti e delle tante realtà che caratterizzano la presenza ecclesiale in Italia.
E i ragazzi non sono soli. Questo movimento capillare coinvolge, a sua volta, migliaia di adulti e di giovani adulti, proprio perché l'originalità delle proposte estive è proprio lo spessore educativo. Non si tratta tanto di aiutare le famiglie a risolvere il problema del tempo lasciato libero dalla scuola, creando parcheggi il meglio organizzati possibile. La scommessa che, anno dopo anno, si ripete, è fare in modo che il tempo della vacanza, spesso della vacanza obbligata in città, diventi occasione per crescere, nel divertimento, nell'attività fisica e sportiva, nell'amicizia e nello spirito.
Gli oratori estivi, i campi, le mille iniziative diventano segno di una società vivace, spesso molto più impegnata, attenta e capace di auto-organizzarsi, di quanto non la rappresentino tante immagini in circolazione. È un tessuto fatto di rapporti consolidati di fiducia, di progetti, di gratuità, di volontariato, capace di percorrere e tenere vivo tutto il paese.
Ma questo tessuto va sostenuto: non è soltanto questione di risorse, che pure sono necessarie, perché è giusto che le amministrazioni pubbliche sostengano queste iniziative di così evidente valore sociale. Ma probabilmente non è questo il punto essenziale: è necessario soprattutto prendere coscienza. Questo grande investimento, non è un fatto "naturale", è un riflesso "gratuito" che nasce da una storia. Ma la storia continua se ci sono energie, risorse soprattutto etiche, spirituali e morali: è qui che si misura il "capitale sociale" di un paese.
Proprio in questi tempi di grande incertezza servono due impegni. Da una parte, occorre essere consapevoli delle ricchezze di capitale sociale di cui disponiamo: non si può dare nulla per scontato, ma valutarlo per quello che merita e, dunque, fare di tutto per non consumare queste risorse, sovrapponendo alla vita vera delle persone e delle famiglie stili e linguaggi corrosivi, propri di minoranze chiassose. Infatti, il "capitale sociale"si può consumare, dilapidare; non è un dato permanente.
Di qui l'altro, e conseguente, impegno a continuare e, se possibile, sviluppare l'investimento. L'educazione risalta così come il punto essenziale di cui dobbiamo avere sempre maggiore e migliore cura. Educare è necessario, ma non si può educare se non ci si assume la responsabilità chiara e precisa di chiamare le cose con il loro nome: prima di tutto, il bene ed il male.
Si tratta di un impegno difficile, perché è controcorrente rispetto ad indirizzi culturali che fanno chiasso e sollevano polveroni, ma lo reclamano i fatti, oltre ad una tradizione che continua e che risponde ai bisogni veri della gente.
mons. Gilberto Donnini