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Articolo 05/06/2011
Domenica e lunedì si terranno i referendum su tre questioni sulle quali la politica ha dibattuto e si è accapigliata lungamente, aiutando però assai poco i cittadini a formarsi un'opinione matura e consapevole sui temi che sono in gioco.
Senza entrare nel merito di ciascun argomento (acqua, nucleare, legittimo impedimento) sarebbe opportuna innanzitutto una riflessione sullo stesso strumento del referendum e, parallelamente, sullo sperpero di "tensione partecipativa" che esso ormai porta con sé, non aiutando i cittadini ad una partecipazione cosciente e motivata, comunque essi scelgano.
Penso che nessuno si scandalizzi se, riguardo allo strumento, si dichiara una sua "consumazione" per uso eccessivo. Negli scorsi decenni il suo uso "selvaggio" ne ha ridotto la portata "rivoluzionaria" che la costituzione gli aveva affidato: la chiamata del popolo a dare il proprio parere, nonostante l'approvazione legittima di una maggioranza parlamentare; potremmo dire una salvaguardia contro una eventuale "dittatura della maggioranza".
Non solo uno strumento estenuato per il cattivo uso, ma pure la debolezza del suo meccanismo istitutivo: sono troppo poche le firme necessarie per promuoverlo (una bassa barriera di accesso) e troppo alto il quorum richiesto (un'alta barriera di uscita) per renderlo valido. Questa forbice eccessiva ha dato spazio a forme di estremismo referendario inutili, e anzi dannose, per la qualità della partecipazione democratica dei cittadini. Non è poi così difficile raccogliere almeno 500.000 firme e aprire una campagna, comunque vada il referendum: molti su questo meccanismo hanno costruito vere e proprie fortune politiche.
Varrebbe forse la pena di apportare alcune semplici modifiche come, tra l'altro, suggeriscono da tempo autorevoli costituzionalisti: innalzamento significativo del numero di firme necessarie ed abbassamento del quorum, il che obbligherebbe i cittadini ad una partecipazione più attiva, soprattutto quando le questioni in discussione sono delicate ed hanno importanti conseguenze per il bene comune del paese.
E una seconda osservazione. Finora un dibattito su questi referendum non c'è stato; silenzio quasi totale, pochissime trasmissioni televisive o radiofoniche dedicate a questi problemi. Sembra quasi che si abbia paura a far crescere coscienza e consapevolezza nei cittadini: una informazione seria, attendibile, fondata sulla realtà e non sullo slogan, da qualunque parte provenga, aiuterebbe tutti a comprendere la rilevanza dei quesiti che vengono sottoposti a votazione.
I nodi legati alla gestione di un bene comune come l'acqua , come pure il reperimento di una quantità di energia che renda l'Italia il più possibile autosufficiente, sono questioni di rilevanza strategica per lo sviluppo del nostro paese. La ricerca di alternative credibili e di modelli per la gestione di beni comuni non potranno non attraversare il dibattito politico dei prossimi anni.
Ne abbiamo parlato? Ne siamo consapevoli?
mons. Gilberto Donnini