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Articolo 08/05/2011
Celebriamo oggi, 8 maggio, proprio nel giorno "giusto", la festa di S. Vittore con una presenza che l'avrebbe resa particolarmente significativa: la Messa solenne in Basilica doveva essere celebrata da mons. Emilio Patriarca, varesino, Vescovo di Monze in Zambia dove ha speso gran parte della sua vita sacerdotale. Purtroppo ha dovuto essere ricoverato in ospedale per esami, ma sarà comunque l'occasione per dirgli la nostra riconoscenza e fargli sentire la nostra vicinanza.
Ma la festa di S. Vittore suggerisce quest'anno anche qualche altra considerazione: Vittore era un soldato, cioè uno abituato a mettere in gioco la vita nel compito di difendere la patria, di assicurare una convivenza civile ordinata e sicura ma, contemporaneamente un martire, cioè uno che ha capito che la novità autentica, quella che cambia veramente la realtà, è la persona di Cristo, quell'amore che egli ha mostrato dando la vita per i fratelli.
Uno stile - S. Vittore l'ha capito - al quale bisogna restare fedeli sempre e comunque e, attraverso questa testimonianza, il patrono della nostra città sembra possa dare indicazioni preziose sul come vivere in pienezza non solo l'esistenza personale, ma anche circa i criteri che devono animare la convivenza civile.
Vale la pena di ricordarlo mentre si stanno per compiere scelte importanti: le elezioni per scegliere le persone che amministreranno Varese nei prossimi anni, perché, alla fine, sono le persone che rendono le strutture, le vie, le piazze, gli edifici della nostra città luoghi accoglienti, luoghi di vita e di incontro.
Il che vuol dire una comunità e una città dove nessuno si considera estraneo, ma coinvolto in una realtà alla quale si sente chiamato a dare il proprio contributo; una città in cui ciascuno sente il gusto di stare, sostenendosi ed incoraggiandosi reciprocamente; una città in cui ognuno è chiamato a contribuire per farne un luogo vivibile per tutti. Perché questo significa vivere - qui e ora - l'amore di cui Gesù ha dato l'esempio e Vittore la testimonianza.
Una città in cui ciascuno, secondo le sue possibilità e responsabilità, partecipi alla costruzione di una convivenza dove vengano il più possibile ridotte le sacche di vera povertà (che ci sono anche se, magari, non tanto evidenti): penso, ad esempio, alla mancanza di lavoro a causa della crisi.
Una convivenza dove lo straniero sia accolto, i giovani possano costruirsi una famiglia, gli anziani si sentano sicuri, non si abbia paura di aprire la porta o di girare per le strade. Una convivenza dove tutti possano lavorare, studiare, inventare, fare ricerca e, soprattutto, amare e sentirsi amati.
Utopie, sogni? Forse, ma non toglieteci la possibilità di auspicare, di desiderare, di chiedere di progettare un ambiente, una città, dove questo cominci ad essere concretamente possibile. Perché se non ci sono grandi obiettivi, se non abbiamo davanti il progetto di una città bella ed accogliente crediamo che non si andrà molto lontano.
mons. Gilberto Donnini