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Articolo 01/05/2011
Sono passati sei anni e sembra ieri.
Si dice sempre così di qualcuno o qualcosa che ha lasciato una traccia nella nostra vita. La sera del 2 aprile 2005 la notizia della morte di Giovanni Paolo II non è stata né improvvisa né imprevista anche se c'è sempre stata la speranza che potesse superare anche l'ennesima prova, la speranza di ripresa, come c'è per ogni persona malata, anziana o sofferente.
Ma proprio in quel giorno e in quelli che l'hanno preceduto Giovanni Paolo II, che ci aveva insegnato a vivere, ci ha insegnato anche a morire. In quell'occasione, il suo magistero è andato oltre: ha insegnato a credenti e non credenti che la vita può diventare un'esperienza di eternità.
Non un sogno per tirarsi fuori dalla complessità della vita e della storia, ma un progetto ed un percorso per stare dentro la vita di ogni giorno da messaggeri e testimoni di speranza. Non per nulla aveva chiamato "un atto di amore alla città" la missione popolare che aveva indetto nella diocesi di Roma: un modo per richiamare lo stile cristiano del pensare e dell'abitare gli spazi condivisi con tutti e dovunque.
Abitare, nel suo vocabolario, voleva dire condividere le fatiche e le attese della gente, preoccuparsi di rendere sempre più giusta e accogliente la casa comune e, nello stesso tempo, ravvivare il desiderio e la ricerca di cose grandi vincendo la tentazione della mediocrità.
Sono passati sei anni e sembra ieri.
Si continuerà giustamente a dire che Giovanni Paolo II è stato il Papa dei giovani, anche se in più occasioni lui stesso ha affermato di essere guidato da loro: anche la Giornata Mondiale della Gioventù è stata la sua risposta alla domanda delle giovani generazioni.
È stato un padre che ha chiesto ai giovani di crescere, di diventare adulti ed è arrivato, con la sua umiltà, a chieder loro un aiuto per la propria crescita. Nel tempo della riscoperta dell'educazione come via maestra verso il futuro, la lezione di Papa Wojtyla appare non in tutta la sua straordinarietà, ma in tutta la sua semplicità.
È importante prendere coscienza che proprio la sua testimonianza porta a dire che per un cristiano non esiste la straordinarietà, esiste la fedeltà totale, serena ed operosa alla Parola. Quella fedeltà che anche la sera del 2 aprile 2005 ha preso il volto di un Papa.
Sono passati sei anni e sembra ieri.
Sei anni come un soffio, quel soffio che muoveva le pagine del libro del Vangelo sulla bara adagiata sul sagrato della Basilica di S. Pietro, immagine della brezza leggera che richiama il dialogo tra il tempo e l'eternità: un'esperienza che lascia senza parole.
Lo si vivrà ancora una volta, questo dialogo, tra pochi giorni, domenica 1° maggio, quando Giovanni Paolo II sarà beatificato.
mons. Gilberto Donnini