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Articolo 17/04/2011

DOV'É L'ISOLA?


Guardando al Mediterraneo e alle sue sponde, torna alla mente l'immagine del crocifisso posto nella sacrestia vecchia del Duomo di Molfetta, accompagnato dalla scritta "collocazione provvisoria". Da questo accostamento mons. Tonino Bello aveva preso spunto per una riflessione sulla collocazione, non provvisoria, del crocifisso nella vita e nel pensiero dei cristiani.
In quella immagine, pensando alla Settimana santa e alla Pasqua, si riassumono i volti dei morti in mare, degli sbarcati a Lampedusa e subito definiti "clandestini", delle molte vittime di una guerra insensata, come lo sono tutte le guerre. Oggi c'è anche il volto di Vittorio Arrigoni assassinato da terroristi islamici a Gaza, dove si impegnava da tempo perché potesse realizzarsi il sogno di "un'unica famiglia umana".
Il crocifisso pone sempre domande e indica sempre percorsi controcorrente per cercare e trovare risposte non parziali e provvisorie. Interroga la coscienza di chi crede e di chi non crede: il silenzio del crocifisso non è mai stato assenza di parole. Non c'è assenza di parole nel silenzio dei morti del Mediterraneo e di quanti, senza più forza, si sono accatastati a Lampedusa.
Ed è di fronte alla testimonianza di una comunità, posta come lampada su un pugno di terra circondato dall'acqua, che vien fatto di chiedersi se le isole non siano più nelle coscienze che nei mari. È stata e rimane una voce che si è alzata per dire che il diritto è certamente indispensabile per la convivenza umana ma, da solo, non può reggere all'urto della tragedia, della disperazione, della sofferenza, della morte.
"La legalità - scrive Padre Leonardo Sapienza in una raccolta di pensieri di don Primo Mazzolari - conta più della fraternità e perfino dell'umanità. La logica dell'accampamento continua ad affermarsi anche oggi. Ciascuno difende la propria casa e continua a tener fuori della porta ancora tanti, troppi".
Come coniugare queste parole con le parole della politica che, sul fenomeno migrazioni, fatica a dare una risposta di grande visione e non limitata all'emergenza? Come coniugarle con le parole e le immagini di antichi e nuovi media che si soffermano sul colore del vestito di una donna annegata nel Mediterraneo?
Se forse professionalmente questo si spiega, occorre andare oltre per fare in modo che, dopo l'emozione di un istante, insieme con il video non si spenga anche il pensiero. Non basta puntare il dito contro; a volte l'accusa si trasforma in un alibi per sfuggire all'impegno:occorre piuttosto comunicare con la consapevolezza di una nuova cittadinanza da costruire. Il primo passo da compiere, anche nell'era del digitale, riguarda quindi la formazione della coscienza: la "velocità" delle parole e delle immagini si pone, ancora una volta, di fronte alla "lentezza" dell'educazione.
Nello scontro e nell'indifferenza sarebbero entrambe perdenti, mentre in un progetto condiviso tutte e due vincerebbero una partita importante per la verità ed il bene comune. È il passo da compiere perché, sempre più connessi in rete, non scopriamo di essere delle isole di fronte ad una "Via Crucis" che uomini e donne, bambini ed anziani, stanno percorrendo a poca distanza dalle nostre città.

mons. Gilberto Donnini