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Articolo 13/03/2011

LE SCARPE DELLA GENTE


La Quaresima che inizia oggi non chiede di distogliere lo sguardo dalle tante tragedie che colpiscono l'umanità: al contrario, chiede di condividerle con maggiore passione tenendo aperta, nonostante tutto, la porta della speranza. Quella speranza che si fonda sul Vangelo, che vive di Vangelo, che comunica il Vangelo: una speranza non scritta in pagine di carta, ma in pagine di vita scritte da uomini e da donne.
Sono coloro ai quali Benedetto XVI, nell'omelia del Mercoledì delle Ceneri, si è rivolto con queste parole: "Dobbiamo essere un messaggio vivente, anzi in molti casi siamo l'unico Vangelo che gli uomini di oggi leggono ancora".
"L'unico Vangelo": è una affermazione realistica, non venata di pessimismo o di rassegnazione ma, al contrario, è un inno alla libertà nell'appartenenza che richiama la testimonianza di tanti cristiani perseguitati ed uccisi anche oggi.
Il Papa spiega lo stile con il quale annunciare il Vangelo e lo paragona a quello dell'ambasciatore: "Un ambasciatore - ha detto - ripete quello che ha sentito pronunciare dal suo Signore e parla con l'autorità e dentro i limiti che ha ricevuto. Chi svolge l'ufficio di ambasciatore non deve attirare l'interesse su se stesso, ma deve mettersi a servizio del messaggio da trasmettere e di chi l'ha mandato". Il cristiano non ha un suo messaggio, ha il messaggio di un Altro e, nello stare dentro la storia, sente la responsabilità di una comunicazione completa, fedele e coerente.
Ma occorre sempre guardarsi dal rischio di raccontare molto se stessi e molto poco gli altri e l'Altro. C'è oggi un protagonismo crescente che un comunicatore autentico non può condividere, e ancor meno lo può condividere un cristiano consapevole che non è la sua capacità comunicativa ma la forza della Parola a smuovere i muri, a inquietare le coscienze, a indicare nuovi orizzonti di riflessione, ad aprire sentieri di serenità.
Benedetto XVI, nella stessa omelia, accanto allo stile dell'ambasciatore pone, poi, lo stile della persona umile che non vuol dire affetta da complessi di inferiorità o di minoranza. Sembrerebbero due stili molto diversi, ma non è così: "Quando si compie qualcosa di buono - ha detto - quasi istintivamente nasce il desiderio di esser stimati e ammirati per la buona azione, di avere, cioè, una soddisfazione. E questo, da una parte rinchiude in se stessi, dall'altra porta fuori da se stessi, perché si vive proiettati verso quello che gli altri pensano di noi e ammirano in noi". Chi comunica un messaggio, come quello del Vangelo, compie "qualcosa di buono" e sperimenta la grandezza di essere umile operaio della vigna.
Non a caso questi pensieri sono posti all'inizio della Quaresima, tempo in cui ogni cristiano avverte più che mai la bellezza di essere ambasciatore e insieme persona umile. Due stili apparentemente distanti ma che vissuti insieme esprimono la statura culturale, morale e spirituale di una persona: disegnano il volto del cristiano.

mons. Gilberto Donnini