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Articolo 27/02/2011
Il vento della rivolta e della violenza che soffia sul Nord Africa continua a tenere col fiato sospeso. Gli osservatori internazionali lo avevano annunciato, i tratti inquietanti dei "signori dell'arroganza" erano stati abbondantemente descritti, molti avevano anticipato la notizia dei fiumi di sangue che oggi i media mostrano.
Per persone a lungo oppresse e offese nella dignità e nei diritti, la morte è stata preferibile all'umiliazione: è sempre stato così, la storia lo insegna. Per questo il pensiero corre a quelle popolazioni, a quelle persone: non sappiamo quale sorte li attenda, non vorremmo che altri finissero sotto la terra di Libia o affondino nel Mediterraneo. Quindi è urgente che governi, istituzioni europee ed internazionali, ammettendo rispettive mancanze, intervengano sul piano umanitario perché questo non accada.
Nello stesso tempo, occorre ridare significato ed efficacia alla memoria: è importante tornare indietro col pensiero anche solo di qualche mese. L'elenco delle tragedie annunciate è lungo ed è ancora più lungo l'elenco delle menzogne che le hanno provocate e dei silenzi che le hanno coperte.
Non meno lungo, però, è l'elenco delle prese di posizione di quanti hanno tentato di evitare morte e distruzione. Nessuno dimentica Giovanni Paolo II che tra poco verrà beatificato: la sua voce si è levata per evitare che alla strage delle Torri Gemelle ne seguisse un'altra in Iraq. Non venne ascoltato, ma la memoria non può cancellare quella invocazione.
E, nello stesso modo, la memoria non può cancellare le dichiarazioni di quanti, all'opposto, sono stati disposti a venire a patti con il diavolo, pur di concludere affari di diverso tipo. La memoria chiede di distinguere scelte negative e positive, chiede di non segnare il passo di fronte ad esse, ma di trovare risposte e assumere impegni perché le seconde prevalgano sulle prime.
In Europa è stato possibile e da decenni i rapporti tra paesi in guerra da secoli sono buoni: potrà essere così in Nord Africa e altre parti del mondo? La risposta non c'è ancora ma, certo, nel caso europeo la presenza cristiana è stata determinante per aprire e percorrere insieme la via della pace, della dignità e dei diritti dell'uomo. Nei paesi asiatici ed africani, oggi in conflitto, la situazione è assai diversa, ma diventerebbe ancora più fragile se i cristiani fossero costretti ad abbandonarli del tutto. Verrebbero meno le pur fragili "radici" del perdono e della riconciliazione, mancherebbe una voce di speranza, un appello alla difesa della dignità e dei diritti della persona.
Ecco il valore della libertà religiosa per la quale la Chiesa si batte senza risparmio: non si tratta soltanto di una "questione interna", ma è il passaggio indispensabile che l'umanità è chiamata a compiere per arrivare alla pace e alla giustizia.
Anche in questa prospettiva la memoria diventa maestra: le stragi in Libia, nel Mediterraneo, nei Balcani, in Iraq e in altri paesi del Medio Oriente non possono rimanere vive solo perché ne parlano i media. Quando i riflettori si spegneranno, sarà la memoria a tenere accesa la luce sui fatti di morte e sui fatti di vita.
mons. Gilberto Donnini