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Articolo 22/08/2010

QUANDO LA SCIENZA SI FA PRUDENTE


Qualcosa sta forse cambiando nella conoscenza di quei pazienti che si trovano in coma, a cominciare dalle parole. Fino ad oggi si parlava di "stati vegetativi persistenti", ma sembra che questa terminologia non sia più considerata adatta e che, anzi, abbia portato a confusioni. Era entrata in uso nel 1994 per indicare le attività dell'apparato neurovegetativo dei pazienti in coma ma, a poco a poco, era stata applicata a tutto il malato considerato, così, "in stato vegetale".
Da qui venivano domande preoccupanti: è giusto o no mantenere in vita pazienti così? Non hanno forse una "bassa" qualità di vita? Domande alle quali sembra occorra dare risposte sagge e prudenti, soprattutto dopo i lavori della terza Conferenza internazionale, tenuta nelle scorse settimane a Salerno, su coma e coscienza alla quale hanno partecipato esperti provenienti da tutto il mondo.
Essi hanno spiegato che, fra le poche certezze che si hanno in questo settore, c'è quella che in diversi casi permanga una percezione del mondo esterno, sebbene vi sia una gravissima disabilità nel sistema di conoscenza. E questo dimostrerebbe come il principio di precauzione, quando si parla di coma e stati vegetativi, sia più aderente al metodo scientifico. Infatti, la scienza acquisisce molto rapidamente delle conoscenze che possono sempre smentire quelle precedenti: quindi quando si tratta della vita, della morte, della capacità di coscienza e della sofferenza è necessario procedere con la massima prudenza.
Intanto, il gruppo presente a Salerno ha annunciato che chiederà alla comunità scientifica internazionale di cambiare la definizione del 1994 con "sindrome della veglia arelazionale", mettendo in guardia contro una considerazione riduttiva della persona. Infatti, se è vero che ciascuno vive in relazione, è anche vero che in alcune circostanze la relazione è ridotta, ma non per questo la persona perde la sua dignità e non può mai essere azzerata perché è incapace delle solite relazioni: il non poter esprimere una facoltà non significa, infatti, che essa sia assente.
Per capire tutto questo occorre andare oltre le apparenze di un paziente incapace di esprimersi e aiutato a vivere dall'alimentazione o dall'idratazione artificiale. Questo, a prima vista, può sembrare penoso o insopportabile, però lo "sguardo oltre i dati fisici" porta a considerare quel paziente una "persona" come chiunque altro che porta per sempre in sé l'immagine del Dio-relazione.
Non si tratta, evidentemente, di rincorrere la vita a tutti i costi attraverso l'accanimento terapeutico, si è, invece, di fronte alla differenza tra lasciare morire e far morire. Affermando cha alcuni pazienti non si possono considerare in stato vegetativo, ma in "veglia" la scienza invita ad uno sguardo responsabile: si è davanti a un fratello o ad una sorella che, pur incapaci di attività motoria, ci sono e domandano una grande dose di umanità.

mons. Gilberto Donnini