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Articolo 03/01/2010
"Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace": sono parole di una antichissima benedizione sacerdotale contenuta nel libro dei Numeri, che vengono proclamate nella prima lettura della Messa di Capodanno: è la pace che auguro, che ci auguriamo per il nuovo anno. La Chiesa, ripetendo queste parole antiche di migliaia di anni, intende dire che la pace affonda ancora e sempre le sue radici nella protezione di Dio: solo di fronte al volto di Dio possiamo sradicare le radici della violenza che abitano in noi e guarire le ferite che ogni giorno infliggiamo alla pace.
Non è sufficiente, infatti, proclamare le pace se non sappiamo camminare insieme - al di là di ogni diversità e di ogni divisione - per scoprire con sguardo attento i semi di pace che il Signore dissemina anche nei luoghi più imprevedibili, ed è per questo che il primo giorno dell'anno la Chiesa invita a riflettere sul grande tema della pace che costituisce uno dei desideri più sani e più profondi dell'animo umano, ma che sembra continuamente smentito da scoppi improvvisi di violenza.
Nella prospettiva di un nuovo anno occorre, quindi, rafforzare la convinzione che la pace è possibile, che va certamente chiesta come dono di Dio, ma che va anche costruita - giorno per giorno - attraverso le opere della verità, della libertà, della giustizia e dell'amore (che già nel 1963 Giovanni XXIII nell'enciclica "Pacem in terris" chiamava i pilastri della pace).
L'inizio di un anno suggerisce una domanda piena di incertezza: quest'anno sarà davvero all'insegna della pace e di una ritrovata fraternità? Certo non possiamo prevedere il futuro, ma possiamo essere sicuri, innanzitutto, che ci sarà pace nella misura in cui l'umanità saprà riscoprire la sua vocazione ad essere una sola famiglia, in cui la dignità e i diritti delle persone prevalgono su ogni possibile differenza: di stato, di razza o di religione.
In secondo luogo occorre convincersi che la pace è indissolubilmente legata alla solidarietà: nessuno può illudersi che la semplice assenza dello stato di guerra - anche se, evidentemente, è più che auspicabile - coincida necessariamente con una pace che duri. Non c'è e non ci può essere una pace vera se non è accompagnata da verità, libertà, giustizia e amore: risulta tristemente destinato al fallimento ogni progetto che, pur auspicando sinceramente la pace, non si impegni, nello stesso tempo, per uno sviluppo completo, integrale e solidale. È per questo che, all'inizio di un nuovo anno, la mancanza di libertà, la povertà, lo stato di precarietà in cui vivono miliardi di uomini e donne interpella sempre la nostra coscienza umana e cristiana.
Ricordiamo le prime parole di Gesù risorto ai discepoli: "Pace a voi". Perché è venuto, anche in questo Natale, per unire ciò che era diviso risvegliando nell'umanità la sua vocazione all'unità, alla fraternità e, quindi in definitiva, alla pace.
mons. Gilberto Donnini