edicola - articoli
Articolo 04/10/2009
Il problema dell'informazione continua ad essere al centro dell'attenzione e bisogna essere sempre attenti e presenti perché un bene sociale primario come l'informazione non venga immiserito. Oltretutto, non si può restare distratti o inerti soprattutto a motivo di quella dimensione educativa che, pur considerando il ruolo particolare dell'informazione, è essenziale anche per i media. È in questa dimensione che passa la differenza tra giornalisti e commercianti di notizie, una differenza che - sembra di poter affermare - è data in modo particolare dal riconoscimento del primato dell'etica.
Ci si chiede ansiosamente oggi se ad erodere l'informazione e la comunicazione sia la forza della tecnologia o la debolezza dell'etica. Molti esperti assicurano che la tecnologia sta cambiando e cambierà ancora di più il modo di fare i giornali, ma il giornalismo vivrà. Ma quale giornalismo e quale informazione? La domanda riporta al punto fondamentale di una professione che sembra smarrire sempre più la direzione indicata da quel codice deontologico che essa stessa si è dato. Ritrovare questa direzione è indispensabile per dare sostanza e credibilità alla domanda di rispetto e di libertà che oggi da molte parti si leva con forza.
La richiesta di un'etica dell'informazione che il Papa pone nel messaggio per la Giornata delle comunicazioni sociali del 2008 ricorda l'urgenza di una risposta e il dovere di scegliere al bivio tra protagonismo e servizio. Un segnale che deve partire anche e soprattutto dall'interno della categoria giornalistica. La chiesa italiana su questi temi ha sempre offerto il suo pensiero: la questione etica attraversa molte pagine del Direttorio della CEI sulle comunicazioni sociali. "Una duplice prospettiva - si afferma - deve guidare l'etica della comunicazione: quella relativa alla centralità della persona, intesa sia come soggetto che comunica sia come fruitore e quella del bene comune."
E non è soltanto un messaggio interno alla chiesa che riguarda i soli credenti, basterebbe scorrere le carte deontologiche del giornalista per rendersi conto che c'è una profonda sintonia di valore tra il pensiero della chiesa e la riflessione sull'etica professionale (ad esempio: "Il giornalista ha il dovere fondamentale di rispettare la persona, la sua dignità e il suo diritto alla riservatezza e non discrimina mai nessuno per la sua razza, religione, sesso, condizioni fisiche o mentali, opinioni politiche" Carta dei doveri del giornalista, 1993). E non potrebbe essere diversamente, perché il pensare della chiesa rispecchia il desiderio dell'uomo di giungere insieme a mete più alte, più ricche di verità e di speranza; in definitiva, più umane.
Il giornalismo non dovrebbe sentirsi estraneo a questa ricerca di verità e di libertà: la sua storia e il suo futuro sono nella positiva inquietudine che abita in una coscienza retta. È questo il punto di partenza per chiedere il rispetto della libertà di informazione, una libertà che, come le altre, si conquista giorno per giorno in alleanza con un'opinione pubblica che non rinuncia a pensare.
mons. Gilberto Donnini