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Articolo 02/08/2009
In questi giorni credo che, a Varese, siamo tutti un po' angosciati: tre giovanissimi la sera di lunedì sono morti in un incidente stradale alle porte della città. E hanno perso la vita proprio in un momento tradizionalmente sereno, dedicato al riposo e alla vacanza; sono morti mentre si recavano con un amico per festeggiare insieme il suo compleanno.
Quindi in un momento che voleva esprimere la pienezza dei valori umani e cristiani: il momento della festa vissuta in amicizia per rinsaldare i legami che univano loro e tanti altri giovani che abitualmente frequentano e si danno da fare nell'Oratorio di S. Vittore. La comunità cristiana, proprio per questo, si sente particolarmente colpita e addolorata, al pensiero del vuoto che Andrea, Luca e Paolo lasceranno in un gruppo affiatato che innanzitutto sull'amicizia, prima ancora che sulla fede comune aveva fondato i loro rapporti.
Pensiamo alla sofferenza delle famiglie che hanno visto crescere questi ragazzi e che forse tante volte hanno ringraziato il Signore per dei figli seriamente impegnati nello studio e nel servizio a favore degli altri. Come tutte le famiglie, giustamente, magari avevano fatto dei progetti su di loro, progetti brutalmente stroncati da un'auto piombata sulla loro ferma per un incidente.
La morte non è mai una cosa che si riesca ad accettare facilmente anche quando l'età o la malattia la rendono un evento - diciamo così - probabile se non proprio atteso. Tuttavia la morte di persone giovani in un incidente assolutamente imprevedibile ci interroga, sempre, più dolorosamente perché ragionevolmente ci si aspetta che abbiano una vita davanti. E allora sentiamo tutta l'assurdità di vite stroncate prematuramente, di esistenze che si chiudono ancor prima, ci sembra, che vengano vissute in pienezza.
E vien fatto di chiedersi: perché? Perché tutto questo, perché proprio ora, perché proprio a loro? E sentiamo magari, dentro di noi, come un'inquietudine, come un senso di disagio, se non di rivolta e ci riesce difficile accettare questa situazione, perché facciamo fatica a farcene una ragione.
Certo sono domande alle quali non siamo in grado di dare una risposta: possiamo solo dire onestamente che il perché non lo sappiamo e che, anzi, proprio per questo abbiamo bisogno di un supplemento di fede e di preghiera.
Un supplemento di fede perché questo episodio rimanda all'avvenimento centrale del Vangelo, quello della crocifissione e della morte di Gesù: credo che le persone che stavano in quel momento intorno alla croce e che Gesù lo avevano conosciuto, lo avevano seguito, lo avevano amato, si stessero facendo - angosciosamente - le stesse domande che ci facciamo noi in questo momento. Eppure ora noi sappiamo che quello era il passaggio necessario per l'affermazione di una vita nuova e più vera, non più esposta a quella fragilità e precarietà che troppe volte sperimentiamo nella nostra. Noi ora sappiamo che quella morte è avvenuta proprio perché adesso, noi che siamo nel dolore, potessimo avere una speranza.
È per questo, dunque, che occorre pregare: l'abbiamo fatto nelle sere scorse in una Basilica strapiena di gente e di moltissimi giovani. Abbiamo pregato per Andrea, Luca e Paolo perché il Signore li accolga presso di sé, abbiamo pregato per le loro famiglie perché doni serenità e pace ai loro cuori. Ma abbiamo pregato soprattutto per noi perché ci aiuti a capire che, al di là di tutto, c'è su ciascuno di noi, e quindi anche su Andrea Luca e Paolo, un suo progetto che è un progetto di amore e ci aiuti a trovare lui quelle parole di consolazione e di speranza che per noi sono così difficili da dire.
mons. Gilberto Donnini