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Articolo 29/03/2009
Domenica scorsa, con la celebrazione dell'Arcivescovo al PalaWhirlpool, si è conclusa la visita pastorale decanale. Una celebrazione partecipata: chi è stato all'interno del palazzetto di Varese sa che si tratta di una ambiente fatto per lo sport, che acquista calore solo nel pieno degli eventi agonistici; ma domenica si è creato lì un "clima" che parla di una comunità unita intorno al suo Vescovo, del fatto di sentirsi "chiesa", cioè responsabili gli uni degli altri.
Certo hanno influito molto l'organizzazione impeccabile, la celebrazione ben condotta, i canti impeccabilmente eseguiti (e approfitto per ringraziare di nuovo tutti coloro che hanno dato il proprio contributo), ma hanno contribuito soprattutto lo spirito di preghiera, il fatto che al di là delle varie appartenenze (di parrocchia, di gruppo, di movimento) ci si è sentiti uniti e solidali intorno all'Eucaristia, fondamento della propria fede.
Ma, come sempre, esiste un rischio: quello di fermarsi lì, ad una visita, ad una celebrazione, di considerare l'evento del Vescovo che visita direttamente (o per interposta persona come è avvenuto in questa circostanza) la comunità come una circostanza che interrompe l'ordinato corso della vita che, quindi, occorre riprendere al più presto. E, perciò, un qualcosa che, alla fine, non lascia tracce domandandosi se valesse la pena di farlo.
Magari qualcuno si aspettava annunci di una nuova configurazioni organizzativa nella chiesa decanale che invece non ci sono stati (anche se qualche novità molto probabilmente ci sarà), dimenticando che cuore dell'avvenimento consisteva soprattutto nel verificare come ciascuno di noi, come ogni comunità tenta di rispondere alle nuove sfide che la vita ci presenta.
Era un po' il senso delle domande che avevo proposto nel corso delle celebrazioni tenute nelle parrocchie: non solo per aiutare a comprendere il senso di questo evento, ma perché avrebbero dovuto interpellarci come sua conseguenza.
Forse non è inutile riproporne qui qualcuna, chiedendosi come ogni comunità vive la fede, la speranza e la carità, la gioia del Vangelo, della missione, lo slancio e la forza nelle difficoltà, la resistenza di fronte alle prove della vita. Se, cioè, è una comunità un po' triste, un po' chiusa e sfiduciata, oppure se è capace di diffondere intorno a sé motivi di speranza, nella consapevolezza di avere, nel Signore risorto, un riferimento sicuro per la vita e per la fede.
La visita pastorale del Vescovo sollecita a chiedersi qual è il nostro progetto di Chiesa, quale riferimento abbiamo con lui, che tipo di Chiesa andiamo proponendo; invita a riflettere sul collegamento che c'è tra la chiesa rivolta al suo interno (catechesi, liturgia, incontri, ecc.) e la chiesa rivolta all'esterno ( carità, testimonianza, missione, presenza nella società civile, sociale e culturale). L'accoglienza che abbiamo fatto al vescovo induce a chiedersi come viviamo l'accoglienza a fratelli e sorelle che arrivano nella nostra parrocchia.
La visita pastorale dell'Arcivescovo, insomma, ci invita a riflettere non solo su alcune cose che si fanno, che non si fanno o che si dovrebbero fare, ma invita soprattutto a riflettere sul senso globale del nostro cammino, in sintonia con il Vescovo, segno visibile dell'unità della nostra chiesa.
mons. Gilberto Donnini