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Articolo 04/01/2009
Due volti che ritornano
Due volti rimangono nella memoria, su quel filo della vita che unisce la gioia alla sofferenza e che, soprattutto in questi giorni di passaggio da un anno all'altro, pone in dialogo due grandi domande: i volti di Paolo VI e di Aldo Moro, dei quali l'anno appena concluso e ha segnato il 30° anniversario della morte,
Di questo Papa e di questo laico cattolico si è detto e si è scritto molto e potrebbe sembrare fuori luogo tornarci sopra in un momento di auguri, di bilanci e di progetti. Ma la memoria improvvisamente si ravviva nell'attraversare momenti di incertezza, di perplessità, di preoccupazione e di attesa: non per rifugiarsi nel passato, ma per ritrovare anche lì le motivazioni forti di un impegno e di una speranza.
Ripensare e raccontare due uomini che, nella diversità e nell'unità, hanno scritto pagine di straordinaria importanza per la Chiesa e per il Paese, è anche una responsabilità educativa nei confronti delle nuove generazioni, spesso vittime dei ladri della memoria: a volte basta togliere un po' di polvere che copre una traccia, per incoraggiare nei giovani una ricerca, per suscitare domande.
Su Paolo VI, ad esempio, di cui si è troppo spesso proposto un volto sofferente e, per sostenere questa immagine, si è nascosta una delle pagine più belle sulla gioia cristiana, l'esortazione apostolica Gaudete in Domino del 9 maggio 1975. L'esperienza della gioia e della sofferenza ha consentito ad un Papa così esile e minuto, di portare a compimento il Concilio e di aprire percorsi inediti per il cammino della Chiesa.
La gioia, scrive Paolo VI, è "l'espressione più nobile" della felicità che "l'uomo prova quando si trova in armonia con la natura, e soprattutto nell'incontro, nella partecipazione, nella comunione con gli altri". Occorre "imparare, o imparare di nuovo, a gustare semplicemente le gioie umane" perché la gioia cristiana "suppone un uomo capace di gioie naturali". E c'è, in questo pensiero, tutta la dimensione umana dell'esperienza cristiana.
All'incrocio tra la gioia e la sofferenza si incontra Aldo Moro. Anche di lui si è scritto e parlato guardando al suo ruolo pubblico e soprattutto soffermandosi sui suoi ultimi 55 giorni. Non si è detto molto della sua umanità, della sua sensibilità, del suo dialogo costante con i giovani dei quali coglieva la domanda crescente di una politica diversa e più vicina a loro.
Ancora meno si è parlato della sua fede che lo ha portato a scrivere, durante la prigionia: "Ho solo capito in questi giorni che cosa vuol dire che bisogna aggiungere la propria sofferenza alla sofferenza di Cristo per la salvezza del mondo". Pensieri che possono nascere solo in chi pensa e crede intensamente.
Con la vita di un uomo si è spento un pensiero politico, si è provocato un vuoto, si è interrotta una elaborazione culturale e le conseguenze sono visibili ancora oggi. Non bisogna spegnere la memoria perché essa, anche attraverso questi volti, diventa speranza.
mons. Gilberto Donnini