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Articolo 14/12/2008

È POSSIBILE IL DIALOGO?


Come sempre, la vigilia della festa di S. Ambrogio (spostata quest'anno al 6 dicembre perché la data del 7 dicembre cadeva di domenica) l'Arcivescovo ha pronunciato il "discorso alla città" che ha avuto come tema il dialogo.
"È possibile il dialogo?": la domanda che il card. Tettamanzi si è posta all'inizio del discorso. E, indubbiamente, oggi non è facile dare a questa domanda una risposta positiva, perché esiste il timore che dialogare voglia dire, in qualche modo, perdere la propria identità, la propria cultura, la propria storia. Ma, di fronte a questi timori l'Arcivescovo dice di essere "fermamente convinto che il dialogo rafforza l'identità, la arricchisce, la rinnova, la proietta verso il futuro. La paura di indebolire o di perdere, nel dialogo, la nostra identità non è forse segno di una identità già indebolita, se non addirittura estenuata, all'insegna del tutto è uguale, tutto è relativo?".
Un dialogo certamente reso difficile da un clima che si è stabilito: il clima dello scontro e non dell'incontro, del desiderio della ricerca e del dialogo. "Pare di dover dire - afferma il cardinale - che siamo gli uni contro gli altri e tutti contro tutti. Sembra smarrita la capacità di ascoltare e di comprendere".
Quindi, un clima generalizzato di scontro, una rissosità permanente, atteggiamenti scandalistici che penalizzano intere categorie di persone: "se un professionista commette un reato, l'intera categoria verrà considerata colpevole; se un dipendente pubblico è un fannullone, tutti i dipendenti pubblici lo saranno. Un politico è disonesto? Tutti i politici, quindi, sono disonesti". Ma, afferma l'Arcivescovo: "Non dobbiamo lasciare che la divisione, il sospetto, la disistima dell'altro, il disprezzo di lui, ci sovrastino e ci travolgano: non serve a noi, non serve all'altro, non serve alla città, non serve al futuro dei nostri figli".
Dialogo, peraltro, non significa che tutti devono avere le stesse idee: "il buon dialogo - continua il cardinale - non è mettersi l'uno di fronte all'altro e misurarsi per vedere chi ha ragione chi ha torto; è piuttosto mettersi l'uno accanto all'altro, dichiarandosi reciprocamente la volontà di guardare avanti, l'impegno a fare ciascuno la propria parte per il bene comune".
Un dialogo con gli altri che parte innanzitutto da un dialogo con se stessi perché "il dialogo autentico avviene proprio a partire da persone che conoscono se stesse e, "per custodire, realizzare e promuovere questa interiorità autentica sono necessari tempo e spazio adeguati". È in questo quadro, in questo contesto, che si colloca l'affermazione dell'Arcivescovo che qualcuno ha criticato: "abbiamo bisogno di luoghi di preghiera in tutti i quartieri della città. Ne hanno bisogno ancora più urgente le persone che appartengono a religioni diverse da quella cristiana, in modo particolare all'Islam". Più che di provocazioni, cioè, abbiamo bisogno di luoghi e iniziative che favoriscano la riflessione e la preghiera.
A conclusione del suo discorso, l'Arcivescovo ha fatto anche riferimento ad un appuntamento concreto, l'Expo 2015, che ha definito "un'occasione di dialogo e di incontro…Occasione per riflettere sulla città, sul senso dell'abitare, sulla famiglia e sulle possibilità che possiamo offrirle, sull'idea di scuola, di arte, di architettura". Dialoghiamo, quindi, per realizzare al meglio l'Expo 2015, ma soprattutto "dialoghiamo con franchezza per il vero bene della nostra città e di chi la abita."

mons. Gilberto Donnini