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Articolo 03/08/2008

L'ALTRO NOME DELLA GIOIA


"Il gravissimo dovere di trasmettere la vita umana, per il quale gli sposi sono liberi e responsabili collaboratori di Dio creatore, è sempre stato per essi fonte di grandi gioie, le quali, tuttavia, sono talvolta accompagnate da non poche difficoltà ed angustie". Inizia così la "Humanae vitae", l'enciclica di Paolo VI dedicata al tema della "retta regolazione della natalità".
Lo ricordiamo perché il 25 luglio scorso era il 40° anniversario della firma dell'enciclica e poi perché il 6 agosto ricorre il 30° della morte di Paolo VI, solennemente ricordato ieri dall'Arcivescovo al Sacro Monte e che verrà nuovamente commemorato il 10 agosto (sempre al Sacro Monte) dal card. Re. È un documento che la Chiesa ripropone in tutta la sua validità nell'indicare la strada per rispondere alle attese più profonde dell'umanità e che riguardano il suo futuro.
La profezia e il coraggio di papa Montini sul tema della vita umana, fin da subito, hanno incontrato non poche difficoltà ed incomprensioni e i giudizi nei confronti di questo suo magistero sono stati, a volte, molto duri.
Varrebbe forse la pena di chiedersi, a distanza di 40 anni, se l'ignorare e il contrastare le indicazioni di Paolo VI abbiano portato maggiore felicità alla nostra società e se, abbiano risposto alle domande di dignità dei più poveri del mondo.
Qualcuno, preso dal timore che la crescita demografica possa rendere meno consistente il benessere di chi sta già bene, dovrebbe sentirsi interrogato anche oggi da questa enciclica, dal suo insistente richiamo alla libertà e alla responsabilità degli sposi, entrambe messe in difficoltà da strategie economiche e politiche poco propense a considerare la vita come un valore assoluto.
Ancora più dovrebbe interrogarsi chi ieri ha cercato e oggi cerca di far passare un messaggio di verità (e quindi di amore) come un messaggio di oscurantismo nei confronti della scienza, di insensibilità nei confronti di situazioni matrimoniali complesse e, per altro verso, di incomprensione nei confronti di popoli che vivono nella miseria.
Perché, quelle dell'enciclica, sono parole di un papa per il quale la vita era l'altro nome della gioia. Basterebbe leggere l'esortazione apostolica "Gaudente in Domino" del 1975 per rendersene conto. Non a caso in entrambi i documenti c'è un richiamo permanente alla gioia di vivere quale esperienza più desiderata, più sognata da ogni essere umano.
Papa Montini, dipinto a volte come un uomo triste, rivela in questi scritti una straordinaria profondità nel coniugare in un'unica riflessione la gioia con la vita: al punto di dire che la vita è l'altro nome della gioia. Ecco perché tanta fermezza nella "Humanae vitae": il Papa intuiva che mettere le mani sulla vita, significava, in fondo, rubare la gioia. E questo non poteva permetterlo, per amore di tutti e non solo di alcuni.
E anche la Chiesa non può permetterlo, non per interesse di pochi o nostalgia del passato, ma per il bene di tutti e nostalgia del futuro.

mons. Gilberto Donnini