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Articolo 09/12/2007

UNA RESPONSABILITÀ SOCIALE


Giovedì sera, nel discorso alla città che si tiene la vigilia di S. Ambrogio, l'Arcivescovo ha invitato quello che il Santo Patrono della diocesi aveva definito "l'uomo del cuore" ad una rinnovata responsabilità sociale.
L'uomo del cuore, cioè colui che "è capace di silenzio, che sa abitare la propria anima, che ha cura della propria interiorità" ma, proprio per questo, "ha occhi capaci di guardare oltre alle apparenze e sa stare dentro la storia". Cioè uno che, avendo occhi aperti e sguardo acuto, è capace di cogliere i bisogni delle persone, vuole capirle ed amarle senza riserve e così si impegna a fondo per aiutarle.
Si tratta, quindi di quell'attenzione alla vita e alla storia alla quale uomini e donne "del cuore" sono chiamati e che si traduce in un impegno per il bene comune, perché non ci può essere giustizia e non ci può essere amore "se si chiudono gli occhi di fronte al mondo, davanti agli altri che nel mondo vivono con me". Ecco da dove viene la "responsabilità sociale".
Certo, viviamo in un contesto difficile dove, talvolta, si viene assaliti dalla paura, dall'incertezza del domani per noi e per i nostri figli, dove troppe volte si sperimenta la solitudine: "la solitudine dell'uomo abbandonato a se stesso" che non riesce ad avere delle prospettive che vadano al di là delle proprie forze. Ma è questa la realtà che attende da ciascuno di noi - i cristiani in prima fila, ma ogni persona che sia autenticamente attenta agli altri - i segni concreti della nostra "responsabilità sociale".
Ma, di fatto, questo cosa significa? Significa che occorre impegnarsi perché "si assicurino le condizioni favorevoli per vivere da cittadini responsabili" e "di rimuovere gli impedimenti che si frappongono ad una dignità piena delle persone". E l'Arcivescovo si riferisce, in particolare, a problemi che non toccano soltanto la città di Milano ma che sono presenti ed attuali anche nella nostra città di Varese: "la mancanza o la precarietà del lavoro e la difficoltà di avere una casa dove abitare con serenità insieme ai propri cari". Di fronte a parecchie case vuote che si trovano andando in giro per la benedizione natalizia delle famiglie, sono parole che fanno riflettere.
E, aggiunge l'Arcivescovo, "dobbiamo imparare a non temere di riconoscere la dignità umana delle persone immigrate". La Caritas e altre associazioni di volontariato "da sempre sono indirizzate a sviluppare percorsi di integrazione avvicinando le persone, cercando per loro un lavoro dignitoso e onesto, accompagnando e inserendo i bambini nelle scuole. Ma questa disponibilità operativa ha bisogno di un maggior dialogo con le istituzioni, chiede di sentire le istituzioni alleate, ancora più presenti, autorevoli, capaci di far rispettare le leggi e solidali nel combattere la miseria".
Tutto questo, conclude l'Arcivescovo - e concludiamo noi - perché vogliamo una città "che sia bella e facciamo di tutto perché il suo cuore ritorni a pulsare secondo il ritmo della sapienza dell'uomo interiore, così che ogni cittadino senta che la città è sua e possa dire con fierezza: la mia città!". Solo così si renderà possibile la speranza, quella speranza che - come dice il Papa nella sua ultima enciclica - "è sempre essenzialmente speranza per gli altri".

mons. Gilberto Donnini