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Articolo 25/11/2007

INCIDENTI: UN BOLLETTINO DI GUERRA


Nei giorni scorsi sono stati presentati i numeri che riguardano gli incidenti stradali nella nostra Provincia, dati che risultano - per usare un eufemismo - assai preoccupanti: si è passati dai 60 morti nel 2005 ai 78 del 2006. Un aumento che si aggira intorno al 30 per cento.
Ma il dato ancor più drammatico è che, per la maggior parte, si tratta di giovani: in maggioranza uomini di età tra i 15 e i 35 anni.
Qualche anno fa, con l'entrata in vigore della patente a punti, sembrava aprirsi qualche spiraglio di speranza in un effettivo miglioramento: i morti sulle strade della provincia erano stati addirittura 89 nel 2000. Ora questo dato, anno dopo anno, tende a risalire, segno che una legge la quale non sia accompagnata da una effettiva maturazione sul piano educativo ed anche morale probabilmente da sola non basta.
Tra l'altro occorre rilevare che crescono significativamente gli incidenti mortali che vedono coinvolti i motociclisti(il 20% del totale): segno forse, anche qui, che all'aumentata efficienza e potenza dei mezzi non si accompagna sempre altrettanta cautela nel loro impiego.
Qualche mese fa, di fronte al ripetersi di questi incidenti, avevo già richiamato - proprio all'interno di questa rubrica - che si trattava anche (e forse soprattutto) di un problema etico, citando un intervento degli "Orientamenti" emanati dal Pontificio Consiglio dei Migranti. Un documento in cui si sottolineava che occorre riscoprire una "etica della strada": "Quando qualcuno guida mettendo in pericolo la vita altrui o quella propria, come pure l'integrità fisica e psichica delle persone, e anche beni materiali considerevoli - si affermava - si rende responsabile di colpa grave".
Responsabilità, prudenza, cioè, come doveri morali gravi. Uniti, come indicavano gli stessi Orientamenti, alla carità e alla giustizia, perché guidare irresponsabilmente è anche questione di amore e di giustizia, nei confronti degli altri e di se stessi.
Un richiamo che sembra opportuno fare di nuovo perché, come dicevano i saggi latini, "repetita juvant", cioè vale la pena di ripetere le cose importanti. Ma anche queste rischiano di restare parole al vento se non sono accompagnate da una presa di coscienza ed una assunzione di responsabilità da parte dei soggetti che percorrono le nostre strade e da tutti coloro che, in qualche modo, hanno una responsabilità educativa.
Il che significa, evidentemente, la famiglia, ma anche la scuola, la società in genere per aiutare tutti a capire che i prodotti alcolici, la stanchezza, l'ora tarda, aiutano soltanto gli aspiranti suicidi. Ma anche che lo schiacciare acceleratori "a tavoletta" non è motivo di vanto e sinonimo di bravura, ma soltanto manifestazione sicura di incoscienza. E queste convinzioni gli altri possono solo suggerirle, ma poi ciascuno è chiamato - anche come dovere morale - a crearsele da sé.

mons. Gilberto Donnini