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Articolo 11/11/2007
Non vorremmo che quello aperto dalla barbara uccisione della signora Giovanna Reggiani diventasse un altro dibattito politico all'italiana; cioè che fosse l'ennesima occasione di un collettivo esercizio retorico sulla questione - pur così cruciale - dell'immigrazione e quella (che per tanti versi le è strettamente connessa) delle politiche di sicurezza. Come se ognuno recitasse un copione, già scritto, tra buonisti e rigoristi.
Invece è il momento di affrontare la questione nel suo complesso e secondo quel buon senso con cui - crediamo - la vedono la maggior parte degli italiani. Buon senso vuole, infatti, che non si possa mettere in discussione il dato dell'immigrazione in quanto tale: la società e l'economia italiana ne hanno bisogno, oggi e anche domani. E questo presuppone forme di integrazione e di adattamento.
Non si può neanche ipotizzare che, per gli immigrati, valga un'interpretazione particolare del sistema delle leggi e dei regolamenti: legalità, dunque, per tutti e prima di tutto.
Certo, la parola "legalità" sembra piuttosto ostica nel sentire comune: non a caso nel secolo scorso (correva l'anno 1992) la Conferenza Episcopale Italiana si preoccupò di pubblicare un documento dal titolo ancora attualissimo: "Educare alla legalità".
Le leggi ci sono e, comunque, non sembrerebbe difficile aggiornarle adeguatamente. Ma, paradossalmente, non è questo il punto: occorre che tutti le rispettino e chi ne ha il compito le faccia rispettare. Senza distinzione, tra uguali, più uguali e meno uguali.
Questo è il punto fondamentale della questione e l'altro, non meno rilevante, è connesso con questo: lo potremmo definire "il profilo morale della convivenza civile", per usare le parole del Papa. Insomma: chi sbaglia paghi, con la certezza del diritto e della pena. Ma non solo: la convivenza civile non può fare a meno di un sistema di valori, di principi, di norme morali che rappresentano quel patrimonio di civiltà, quell'identità di una collettività, oggi più che mai da sviluppare, da far crescere e da valorizzare.
C'è qui un campo urgente e vastissimo di impegno per tutti: dalle forze dell'ordine, alla magistratura, fino a tutti coloro che, a diverso titolo, hanno responsabilità educative nella società. E non solo in questo campo specifico: non a caso l'Arcivescovo richiama, nel percorso pastorale diocesano, alla responsabilità educativa della famiglia in sintonia, in alleanza stretta con tutte le "agenzie educative" della società.
Se provassimo ad interrogare i giovani di oggi, a quarant'anni di distanza dal "sessantotto", coglieremmo una lontananza abissale dalle parole d'ordine di quella rivoluzione e scopriremmo una domanda di nuove regole, espressa però, purtroppo, dal disorientamento. Quindi c'è anche una vera e propria emergenza educativa, alla quale è necessario cercar di dare risposte urgenti ed adeguate.
mons. Gilberto Donnini