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Articolo 11/03/2007
Un insegnante chiama il padre di un suo alunno e gli fa presente che si è sentito rispondere da suo figlio, da lui richiamato, per ben tre volte: "Vaffa'…". Risposta del genitore: "Andrò a casa a sentire cosa dice mio figlio".
Non si tratta di una barzelletta, ma di un caso reale avvenuto in una delle scuole della Lombardia e raccontato - con animazione - dal professore interessato. Non siamo ancora, per fortuna, all'aggressione fisica nei confronti di insegnanti e perfino di presidi da parte di genitori e parenti esagitati, come abbiamo letto in questi giorni nelle cronache dei giornali, e tuttavia, parlando con maestri e professori ci si sente dire che episodi simili a quello raccontato capitano sempre più spesso. Di fronte al richiamo fatto ad un alunno perché tenga un comportamento più corretto, pare che si corra il rischio reale di essere assaliti, almeno a male parole, da genitori che "difendono" i loro figli (non si capisce bene da che cosa) o addirittura denunciati.
Tutto questo crea un clima pesante che viene guardato con preoccupazione da maestri e professori che si chiedono quale ruolo educativo debbano (o possano) avere all'interno della scuola. "Cosa sto qui a fare?" si chiede qualcuno, "se è solo per insegnare quanto fa due più due, se non si può più dare neanche una indicazione per un comportamento più civile, alla fine basta anche il computer a casa, il maestro non serve più".
Perché - forse non è inutile dircelo - a scuola non si dovrebbero solo imparare le nozioni elementari, ma anche le elementari regole di comportamento per vivere insieme in una società civile e non nella giungla.
La preoccupazione non può che aumentare se, poi, ci si chiede cosa può indicare tutto questo. Se ci si chiede quali valori trasmettono gli adulti (i genitori in prima fila) alle giovani generazioni. Si ha l'impressione che, in assenza di valori significativi, capaci di dare senso alla vita, alla fine, per non avere grane, ci si limiti a difendere i figli lasciati liberi di scorazzare a piacimento e di fare quello che gli salta in testa.
E non si parla qui di valori religiosi, di dimensioni dello spirito - che comunque assicurerebbero un "surplus" educativo - si parla di quella che, una volta, veniva chiamata la "buona educazione" e che pare diventata merce sempre più rara sul mercato.
Se le cose stanno veramente così, ci sembra che gli adulti - genitori ed insegnanti in prima fila, prima ancora dei ragazzi e dei giovani - debbano interrogarsi seriamente circa il ruolo "educativo" che stanno svolgendo.
Ma c'è anche un secondo aspetto negativo che emerge da questa situazione: viene meno un elemento essenziale per ogni serio cammino di educazione, quella che potremmo chiamare una necessaria "alleanza educativa" tra famiglia, scuola e - perché no? - comunità cristiana.
Non è un problema che riguarda solo i percorsi di catechesi della Chiesa, la quale comunque cerca di fare del suo meglio: questa situazione rischia di mettere in pericolo addirittura i presupposti per una ordinata convivenza civile.
Se questa tendenza viene confermata, gli episodi di "bullismo" - o peggio di violenza - per i quali tutti si stracciano le vesti, non dovrebbero meravigliarci più di tanto: non faremmo che raccogliere quello che abbiamo seminato.
mons. Gilberto Donnini