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Articolo 19/11/2006
Ricomincia oggi il tempo liturgico dell'Avvento: quel periodo dell'anno che introduce, che prepara immediatamente ad accogliere la venuta di Gesù nel Natale.
Un periodo che suscita forse nel cuore di tante persone qualche nostalgia: nostalgia di quando eravamo più giovani e c'era tutto intorno a noi un clima di attesa. Attesa gioiosa, attesa di cose belle e importanti della vita, attesa che trovava il suo culmine nella notte di Natale vissuta in preghiera con tantissima gente presente alla Messa di mezzanotte.
Cosa è rimasto di tutto questo? Certamente la Messa di mezzanotte del Natale resta ancora oggi la più frequentata di tutto l'anno, anche da parte di gente che magari non viene regolarmente in chiesa. E questo ci fa dire che probabilmente non tutto è andato perduto.
Ma forse oggi è più difficile ricostruire il clima di attesa. Anzi, quando si guarda al futuro, tante volte non sperimentiamo dentro di noi un atteggiamento di attesa, ma si ha come una sensazione di paura: paura del futuro, paura di quello che il futuro può riservare e contro il quale non c'è rimedio, paura della violenza, paura perché magari non ci si sente più sicuri neanche a casa nostra.
E allora al clima di fiducia, al clima di speranza e di attesa - perché attendere Gesù significa credere che viene qualcuno che può dare un senso nuovo e più vero alla vita - si sostituisce uno stato di delusione, di fatalismo, di rassegnazione: accontentiamoci di quello che la vita ci offre oggi perché non sappiamo cosa ci riservi il domani.
E poi, si chiede magari qualcuno, il Natale porta davvero con sé motivi di cambiamento e di speranza?
Ma si tratta qui - all'inizio dell'Avvento - di fare una riflessione seria, una verifica di quelli che sono i nostri desideri per vedere se, oltre ai nostri progetti, alle nostre speranze, alle nostre attese, non possa esistere anche un progetto di Dio più grande dei nostri pensieri ma, proprio per questo, più bello, più entusiasmante, più utile per noi, più capace di dare fiato e speranza.
Forse è proprio la fragilità - che tante volte sperimentiamo - della nostra attesa di cambiamento a far capire che occorre collocare altrove le nostra speranze, che occorre mettersi in attesa di qualcuno che sia in grado di ridare significato ad una vita che, altrimenti, potrebbe apparire come qualcosa che non vale la pena di essere vissuto.
E allora, forse, le tante persone che comunque partecipano alla Messa di mezzanotte, con questa loro presenza dicono che abbiamo bisogno di trovare Qualcuno che dia certezza, che dia fiducia, che dia speranza ai grandi desideri, alle grandi attese che - lo si voglia o no - ci portiamo nel cuore.
mons. Gilberto Donnini